Un pranzo gustato in buona compagnia ha il potere di fermare il tempoPenny Ritscher
Il pranzo è un momento centrale nella vita al nido, perché rappresenta
una delle cosiddette routine, un
momento della giornata che quotidianamente si ripete e scandisce i tempi. I
bambini in questo modo hanno una bussola per orientarsi a livello temporale,
comprendendo lo scandire delle attività.
Il pranzo assume un significato
particolare anche per la sua valenza
affettiva e relazionale. Si mangia tutti insieme, bambini, educatori,
esecutori e cuochi. In questo clima di convivialità, si parla, si discute della
giornata e delle pietanze che si sta mangiando. Una riflessione importante
viene innanzitutto dal cibo:
abituare sin dal nido a mangiare sano
e in maniera varia è ormai un obbligo per chiunque abbia il compito di
pianificare i menù. Si propongo ai bambini verdure, zuppe, piatti unici, in
modo che ogni giorno possa provare una consistenza ed un gusto differente. Mettere
in lista anche ricette di nazioni altre è
una buona prassi per aprirsi verso tradizioni che non conosciamo: il cibo è
cultura e tradizione e non si può chiudersi nella “maniera italiana” ad ogni
costo. L’esempio degli adulti e degli altri compagni che mangiano di solito
spingono il bambino ad assaggiare, ma se non ha proprio fame o si rifiuta di
finire il piatto, che cosa fare? Si dovrebbe rispettare la sua scelta, perché
il nido è un’agenzia educativa che non ha come finalità primaria quella di
nutrire, ma quella di educare e in quel momento noi stiamo educando al pranzo,
occupandosi della qualità del
momento e non della quantità.
Sia Penny Ritscher sia Enzo
Catarsi si sono occupati molto della tematica, cercando di trarne linee
guida per organizzare il pranzo nella maniera più adeguata. Cercherò di
riassumere i contenuti fondamentali di quello che ho ascoltato e letto dai due
pedagogisti, tenendo sempre presente che l’organizzazione
della routine deve essere ben preparata e condivisa da tutto il gruppo
di lavoro. E’ l’occasione in cui tutti gli adulti del nido hanno un ruolo
attivo e preciso e collaborare è fondamentale per la buona riuscita del pasto. L’obiettivo principale è l’autonomia:
il bambino può e deve avere occasioni in cui impara a fare da solo, da gesti
semplici ad azioni più complesse. E’ovvio che nella sezione dei Piccoli, il
pranzo deve essere organizzato in maniera quasi personalizzata o comunque
gestito soprattutto dalle figure adulte. Infondo il pranzo è come un’attività,
essendo ricco di sensazioni tattili e olfattive, favorendo la manipolazione e
la scoperta di nuove consistenze e di nuovi colori e permettendo un’acquisizione
di abilità legate alla prassia fine e non (Ritscher, 2000). E poi per una
volta: è consentito sporcarsi!
In fase progettuale, quindi,
discutere di come raggiungere l’obiettivo è fondamentale per pianificare al
meglio e innanzitutto devono essere decise le modalità di realizzazione, curando
particolarmente gli spazi e
l’attrezzatura. Sarebbe meglio avere a disposizione tavoli da 6 bambini
circa e almeno un adulto; sarebbe funzionale avere piani di appoggio a portata
di mano per potersi alzare il meno possibile; bisognerebbe utilizzare tovaglie
e stoviglie nel classico stile “da trattoria”, piatti e posate a misura di
bambino, vassoi da portata e formaggere che i bimbi possano utilizzare con
facilità, cucchiai da portata di colore diverso rispetto a quelli personali,
brocchette per versarsi da soli l’acqua. Insomma, l’ideale corrisponde a un
target piuttosto alto, ma non impossibile da realizzare anche se confrontato a
realtà in cui alcune condizioni sembrano inattuabili. Bisogna valutare il
numero di adulti in turno nel momento del pranzo, considerare i costi di
attrezzatura e pensare alla loro manutenzione. Insomma, un pranzo educativo non
può essere improvvisato, ma deve essere una scelta consapevole da parte di
tutto il gruppo di lavoro.
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Foto di Joseph Choi |
Altri punti su cui porre
l’attenzione sono il tempo e la
ritualità. Non si può pensare al pranzo come un momento frugale in cui
ci si catapulta a tavola, si mangia in fretta e furia e poi si sparecchia
altrettanto velocemente: viene il mal di testa solo a pensarci. Bisogna perdere
tempo: è un dovere, che oltre a obbligarci a una salutare lentezza, renderà quel momento vissuto pienamente a livello emotivo
e relazionale. In questo clima sarà più facile acquisire capacità, dalle più
facili alle più complesse. Non pretendiamo dai bambini un’eccessiva pazienza,
però: non ha senso tenerli seduti, senza far niente, dopo che hanno finito di
mangiare, per tempi prolungati. La ritualità poi è alla base di qualsiasi
routine ben organizzata sia per quanto riguarda lo svolgersi degli eventi,
preferibilmente simile, sia per quanto riguarda veri e propri riti da associale
al momento, come per preparare i bimbi a quello che verrà dopo. Questo però non
vuol dire che le routine divengono statiche e sempre uguali: è dovere
dell’educatore valutare e aggiustare il tiro, quando occorre. E’giusto che il
bambino si orienti nella routine, ma pensate a un bimbo ad inizio e a fine
anno: cambiano i bisogni educative, le autonomie raggiunte, le abilità fisiche.
Senza la flessibilità, ogni routine
perde di significato.
Uno dei momenti difficile da
gestire e quello precedente al pranzo: dopo le attività, si va in bagno, ci si
lavano le mani e poi se il carrello con il cibo non è ancora arrivato che si
fa? Innanzitutto, si potrebbero informare i bimbi su cosa mangeranno: attraverso un pannello che ogni giorno mostri
fotografie dei cibi (preparare le immagini è piuttosto semplice, visto che i
menù di solito si ripetono) oppure mostrando delle carte fotografiche. Si
potrebbe cantare una canzoncina sul pranzo. Ogni giorno poi un bambino per tavolo
potrebbe apparecchiare e si potrebbero scegliere con un’estrazione a sorte,
pescando le foto dei bimbi da un cestino, ad esempio. L’apparecchiatura la si può gestire differentemente: con tutto il
gruppo già seduto (ogni bambino dovrebbe preferibilmente avere un posto
assegnato) oppure subito dopo la lavatura delle mani ci si divide e i camerieri
si fermano ad apparecchiare, mentre i compagni si siedono nell’angolo morbido a
cantare una canzone.
Una volta preso il proprio posto,
arriva il momento della sporzionatura.
Se un adulto si occupa di suddividere il cibo in piccoli vassoi da portata, i
bambini (medi e grandi ovviamente) sono capaci di servirsi da soli. Ci vuole
una buona pianificazione, ma porta a buoni risultati. Lo stesso vale per
l’acqua: se versata in piccole brocche, i bambini, dopo tanti “laghi”,
riusciranno a centrare il bicchiere. Pensate alla soddisfazione che proveranno,
una volta che riusciranno a farcela. Dopo l’attività, mettere a posto diventa
il completamento di quello che abbiamo appena fatto: anche la mamma, dopo cena,
sparecchia. Si possono predisporre grosse vaschette per raccogliere bicchieri e
posate; si potrebbero buttare i bavagli in un cestino comune e impilare i
piatti in una torre alta; buttare via gli scarti e aiutare a spingere il
carrello. Anche la sparecchiatura è
un buon modo per impiegare quei tempi morti, tra il pranzo e la nanna: i bimbi
si rendono utili, non si agitano come accade spesso se lasciano giocare
liberamente tutti insieme e si arriva ai preparativi per andare a letto in
maniera più naturale.
Piccola Bibliografia:
L'alimentazione al Nido: un pranzo a misura di bambino, Assessorato Pubblica Istruzione Servizio Asilo Nido Firenze, Federazione italiana Medici Pediatri, 2008
Bisogni di cura al nido. Il pasto, il cambio, il sonno, Catarsi E. Baldini R, Edizioni del Cerro, 2008
Slow School. Pedagogia del quotidiano, Ritscher P., Giunti scuola, 2011
Cosa faremo da piccoli? Verso un'intercultura tra adulti e bambini, Ritscher P., Junior, 2000
Piccola Bibliografia:
L'alimentazione al Nido: un pranzo a misura di bambino, Assessorato Pubblica Istruzione Servizio Asilo Nido Firenze, Federazione italiana Medici Pediatri, 2008
Bisogni di cura al nido. Il pasto, il cambio, il sonno, Catarsi E. Baldini R, Edizioni del Cerro, 2008
Slow School. Pedagogia del quotidiano, Ritscher P., Giunti scuola, 2011
Cosa faremo da piccoli? Verso un'intercultura tra adulti e bambini, Ritscher P., Junior, 2000
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