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venerdì 15 novembre 2013

Con i capricci si cresce?

Il capriccio non è un qualcosa di negativo, che fa paura e che bisogna cercare di fermare il prima possibile. Il capriccio è una protesta e sta all'adulto capirne le motivazioni per poi agire di conseguenza. Siamo ormai lontani dai modelli educativi autoritari, secondo i quali, imposto il divieto, il bimbo doveva obbedire senza piangere, senza rispondere, senza battere i piedi in terra: "così decidono i grandi". I modelli di oggi però non sono migliori e per non far soffrire il bambino, si evita il conflitto educativo, si concede, si lascia stare "altrimenti vedessi come piange". 

Il problema è la quantità: troppi no creano un clima di repressione; l'assenza di limiti è altrettanto deleteria, poichè il bambino diventa onnipotente, può fare quello che vuole e nel momento in cui gli viene negato qualcosa, è incapace di gestire l'ansia e la frustrazione. Il genitore ha un compito difficile: fa soffrire lasciare al nido il proprio bambino che piange, dispiace portarlo via dal negozio di giocattoli con il broncio senza comprargli un gioco che sarebbe costato pochi euro. Non agiamo assecondando le nostre emozioni e ragioniamo in maniera razionale: stiamo facendo qualcosa di utile per la sua crescita. Non è evitando la sofferenza che si educa il bambino a gestire le emozioni negative ed è proprio con la logica dell' "evitare", che svilupperà comportamenti inadeguati di fronte alla rabbia, alla gelosia, al conflitto. 

Avere dei limiti aiuta ad avere dei contenitori mentali, che rendono più tollerabili le situazioni di frustrazione. Al contrario, senza alcun divieto, si viene travolti dalle emozioni dolorose, senza riuscire a controllarle. L'esempio di Paolo Sarti, pediatra fiorentino e autore di molti libri a tema, come "Neonati maleducati" e "Facciamola finita", descrive molto bene i meccanismi che si innescano nel momento in cui l'adulto deve dare delle regole:

Di fronte ad un barattolo di Nutella un
genitore equilibrato farebbe assaggiare,
insegnando però a sapersi limitare, mangiandone
solo un po’, e subendo poi, senza
vacillare, le inevitabili proteste del bambino
che la vorrebbe finire tutta!
Ma il genitore di oggi “non ce la fa”, preferisce
nascondere la Nutella, prima che arrivi
il bambino: come potrebbe vederlo soffrire
quando arriverà il momento di dover
“chiudere il tappo”?
E’ questo il dramma: oggi si preferisce
nascondere il più a lungo possibile le
“nutelle” della vita ed evitare così ogni conflitto
con i figli ancora incapaci di dosarsi.

L'estratto è tratto dall'articolo Neonati maleducati scaricabile dal sito del pediatra. Ma anche il libro I no che aiutano a crescere di Asha Phillips parla delle stesse tematiche.

Educare i più piccoli a gestire le emozioni è importante per crescere adulti equilibrati e capaci di affrontare qualsiasi situazione la vita gli metta davanti. 


lunedì 14 ottobre 2013

Estivill...ma è davvero un metodo?

Ho letto il libro di Eduard Estivill dopo poco che uscì in Italia e gli scaffali delle librerie erano pieni di Fate la nanna (edizione Mandragora). Il mio proposito era quello di documentarmi sul momento della nanna al nido e comprai il libro per avere una comprensione più ampia dell'argomento. Sapevo che era rivolto ai genitori, ma pensai che sarebbe stato utile anche leggere qualcosa di meno accademico delle letture consigliate dal professore universitario.


In sostanza lo specialista di disturbi del sonno di Barcellona consigliava "buone pratiche" per riuscire a far addormentare il proprio figlio da solo. Dopo il consolidamento di una routine presonno (bagnetto, lettura di una storia...), il genitore doveva mettere il bimbo nel lettino, lasciando subito la stanza. Se il piccolo protestava, il babbo o la mamma dovevano rientrare dopo un certo periodo di tempo, sempre in maniera graduale e crescente (prima dopo 5 minuti, poi dopo 10, poi dopo 15...), e consolare con il contatto e con le parole, senza prenderlo in collo.

Ricordo che, una volta terminato Fate la nanna, le mie perplessità erano tante. Non avevo metri di paragone: la mia esperienza con i bambini si esauriva al baby sitting e al tirocinio formativo. Condividevo l'idea del rituale, ma le teorie di Estivill però mi sembravano troppo estreme... non riuscivo a capire come si riuscisse a lasciar piangere un bambino, il proprio bambino per un periodo di tempo sempre maggiore. Pensavo al carico emotivo che un bimbo così piccolo fosse costretto a sorreggere: si parla anche di bambini con pochi mesi di vita e mi pareva impossibile che una volta lasciato solo, riuscisse a rassegnarsi al pianto e ad addormentarsi tranquillamente.

Accantonai il libro e me ne dimenticai fino a che qualche anno dopo, una mamma al nido mi chiese consiglio su quella lettura. Le era stato presentato come un metodo illuminante: testato e assicurato. A quel punto mi documentai un po'in rete e le opinioni che sostengono il medico spagnolo sono centinaia: testimonianze di famiglie comuni che hanno sperimentato con successo le indicazioni del libro.

A distanza di anni, la mia esperienza con gli "addormentamenti" è aumentata e continuo a pensare che pedagogicamente (oltre che personalmente), lasciare un bambino da solo, al buio, mentre piange per periodi di tempo anche molto prolungati non ha alcun fondamento scientifico. Capisco che a volte si creano dinamiche legate al sonno molto contorte e faticose da sostenere. Trovare una routine, creare intimità, introdurre oggetti transizionali, cantare ninna nanne, dondolare e cullare (anche in collo, nei primi mesi di vita) tranquillizzano il bambino. E si impara ad addormentarsi quando si è sereni e a proprio agio, non perchè si è sfiniti dal pianto.

Su Youtube ho trovato questo video, che mostra il "metodo" messo in atto da una famiglia... io non son riuscita a guardarlo fino infondo senza commuovermi... come potrei sostenere Estivill?

http://www.youtube.com/watch?v=i6_t100Nj2Y


lunedì 24 settembre 2012

Il pianto dei bambini

Se un bambino piange, un motivo c'è.

Per un piccolino che non sa parlare, è l'unico mezzo di espressione; per i più grandicelli, rimane un metodo immediato per comunicare frustrazione. In ogni caso, a mio avviso, non è da ignorare.

Ci sono, è vero, pianti da capriccio, ma prima di considerarli tali è fondamentale conoscere il bambino. 

Nella fase degli ambientamenti, per le educatrici a volte gestire i pianti sembra un'impresa impossibile: separarsi dalla mamma è di sicuro un motivo più che valido per lasciarsi andare a lacrime di disperazione e rabbia. A questo punto, il ruolo dell'adulto è quello di contenitore emotivo (e spesso anche fisico), affinchè il bimbo si senta rassicurato e protetto anche in assenza del genitore. 

Ma a volte non è così automatico, ci sono i pianti "di protesta": non voglio stare qui all'asilo, voglio tornare a casa mia e non mi interessano nè gli altri bambini nè i giochi. E' un pianto altrettanto rispettabile! Cari adulti, quante volte ci lamentiamo, arrivando perfino alle lacrime, per situazioni nuove che fatichiamo a mandare giù?! Penso che in questo caso, la comprensione è la miglior strategia: non otterremo niente nè con la distrazione nè con le coccole.

Ovviamente ci sono i pianti da disagio fisico, per fame o sonno: se si ascoltano hanno un suono diverso.

Attraverso il pianto non si pronunciano parole, ma se ci mettiamo in situazione di ascolto, riusciremo a codificare anche quella cantilena, quelli strilli, quei singulti: sarà pur sempre una fatica, ma ci aiuterà ad accogliere il pianto dei bambini in maniera più serena e equilibrata.