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giovedì 10 novembre 2016

Il limite e le regole nell'approccio montessoriano

Il concetto di limite e di regola ad un primo sguardo sembra cozzare completamente con l'idea montessoriana di libertà e di autoregolazione.

Ad uno sguardo più attento e meno superficiale ci si accorge che la propria personale libertà si trova inevitabilmente a contatto e confronto con quelle altrui e per questo motivo in ciascun bambino il senso della propria libertà si coniuga con il rispetto delle “regole”.

Regole che devono essere chiare, esplicitate e comprensibili in modo tale da aiutare i bambini ad interiorizzare un comportamento rispettoso e “accettabile”, ciò richiede che i bambini acquisiscano l'autodisciplina e la coscienza sociale, processi che possono avvenire solo durante una lenta maturazione ed a una cura costante alle singole, uniche ed irripetibili peculiarità.

Risulta quindi chiaro come lo scopo di insegnanti, educatori e genitori non sia quello di plasmare il bambino ed il suo futuro mediante una severa disciplina, ma anzi quello di aiutarlo a diventare maturo, indipendente e responsabile facendo esprimere la sua personale individualità.

A fronte di ciò che è appena emerso, come dovrebbe comportarsi quindi un adulto che si approccia a questo aspetto?
  • Evitare la violenza , è il metodo più efficace per insegnargli ad essere violento
  • evitare di immobilizzarlo fisicamente
  • evitare minacce e punizioni
  • evitare di mettere il bambino in imbarazzo schernendo la sua condotta
  • evitare di risolvere un capriccio in pubblico, meglio gestire la situazione in un luogo più privato e contenuto

Inoltre ritengo fondamentale sottolineare come sia sempre meglio indicare al bambino la giusta condotta anziché aspettare comportamenti sbagliati, per poi punirlo o sgridarlo. Ai fini di un approccio montessoriano, la disciplina risulta quindi non sintomo di punizione, ma sintomo di insegnamento.

Essa infatti permette al bambino di muoversi in autonomia in un ambiente adatto alle sue esigenze e stimolante per il suo sviluppo spontaneo, concede tempo per far sperimentare e ripetere esercizi utili per crescere. Tutto quanto appena detto getta le basi ad un altro concetto chiave dell'approccio montessoriano, l'autoeducazione.

Tutti i bambini cercano di violare regole e limiti, è un normale processo della crescita infantile e personale. È un modo diretto ed efficace per mettere alla prova gli adulti ed in base alle loro reazioni imparare a gestire limiti e confini tra accettabile e non accettabile.

Un passo per coinvolgere i bambini nella scelta delle regole è quello di concordale assieme,così che su alcune sia possibile trattare o mediare e così che anche il punto di vista del bambino venga ascoltato e accolto.

E se le regole vengono infrante? Con calma ma fermezza ricordiamo al bambino la regola e il motivo per cui è importante rispettarla. Si potrebbe anche condurlo ad una scelta più appropriata .

Il tavolo della pace
Quando il litigio coinvolge due bambini,ed arrivano al punto di essere troppo arrabbiati per ragionare, è in questa occasione che entra in scena il tavolo della pace, un luogo dove possono calmarsi seguendo una procedura che mette subito fine al diverbio.

Un tavolo a misura di bambino, due sedie, un campanellino ed un fiore o ornamento che simboleggi la pace. I bambini qui dialogheranno uno per volta fino al raggiungimento dell'intesa, se non riescono a trovarla, sarà necessario un mediatore. Il tavolo della pace fa sentire ascoltati, il proprio punto di vista viene accolto e che ognuno dei partecipanti riceverà un equo trattamento, impareranno a risolvere i litigi con onestà e buona volontà mantenendo una atmosfera armoniosa e collaborativa. Il campanello viene suonato ad accordo raggiunto.

di Martina Salmaso



lunedì 24 novembre 2014

"Perchè vai a casa e non rimani qui?" Riflessione di un'educatrice sul suo lavoro e sul punto di vista dei bambini

Vi è mai capitato di uscire dalla sezione prima del termine della giornata del nido e dover rispondere alla fatidica, quanto difficile, domanda "perché vai a casa e non rimani qui?". A me, ogni volta, lascia basita.  Ogni volta. E ogni volta mi trovo in difficoltà a rispondere. O, almeno, a trovare una risposta che soddisfi la curiosità, tra l'altro legittima, dei bambini. E che non urti la loro sensibilità.

La questione è semplice: perché andiamo a casa prima dei bambini? Perché andiamo SEMPLICEMENTE a casa (e non al lavoro)? Nel tempo i bambini hanno appreso che l'adulto si separa da loro perché deve andare a lavorare. Perché lavorare è necessario. 

Ma noi? Noi educatrici, perché andiamo semplicemente a casa? Perché non rimaniamo con loro per tutto il tempo del nido? Una bambina una volta mi ha detto: "va bene, vai a dormire a casa e poi torni!".

Credo che sia difficile, per dei bambini così piccoli, pensare che veniamo pagati per stare con loro, per giocare e partecipare alla loro educazione.  Sarebbe interessante chiedere ai bambini che lavoro facciamo. Ne uscirebbero delle risposte stupefacenti.


Sinceramente, se mi concentro e cerco di guardare all'asilo con gli occhi di un bambino, anche io mi sentirei in difficoltà a capire che gli adulti che sono lì con me sono pagati per farlo. Questo, forse, è un retaggio della cultura del lavoro visto come impiego obbligatorio e scarsamente piacevole. Il genitore che dice al bambino "Vorrei rimanere qui con te ma devo andare al lavoro" forse manda un messaggio carico di tensione negativa. 
Immagine tratta da Come funziona una maestra, Mattiangeli S., Il Castoro
Fonte://www.chiaracarrer.com/
L'educatrice che spiega che il babbo o la mamma sono andati al lavoro perché è così che funziona, forse sbaglia perché snatura la vera essenza del lavoro, quella di nobilitare l'uomo!

Penso che forse sia necessario un capovolgimento del nostro punto di vista, del modo di vedere il lavoro di noi adulti. Dovremmo prestare attenzione a trasmettere entusiasmo per il nostro lavoro, per come impieghiamo il nostro tempo e per il contributo che diamo alla comunità. 

E forse, così facendo, anche noi potremmo spiegare con più cognizione, che il nostro lavoro è bellissimo, divertente e gratificante perché siamo pagate per occuparci di loro. E crescere con loro!


di Vittoria Bravi

mercoledì 4 dicembre 2013

Voglio e non voglio: qualche proposta di lettura

Leggere un libro a un bambino significa creare una relazione speciale all'interno di quel mondo incantato che viene raccontato nella storia. Per i bambini al di sotto di 3 anni, si consigliano albi illustrati, per cercare di narrare quello che le figure rappresentano e favorire una comprensione non necessariamente legata al testo.

Quello che si vede deve essere il più reale possibile: attraverso le immagini i più piccoli ri-conoscono un mondo che deve dunque assomigliare a quello in cui loro vivono. Allo stesso modo, anche le vicende dovrebbero essere credibili ed è per questo che lavorare sulle emozioni attraverso la lettura risulta essere molto efficace, poichè i bimbi rivivono in prima persona quello che affrontano ogni giorno e danno un nome a quello che sentono: ansie, paure, gioie e arrabbiature. Ecco perchè raccontare dei capricci, di come loro li sperimentano, di quello che provano in quei momenti e di come fare a farli sentire meglio diventa un momento importante, sia al nido sia a casa.

Tony Ross, per l'editore Mondadori, ha scritto una collana su una Principessina arrabbiata che urla disperata alla ricerca del ciuccio, che diventa un diavoletto perchè non vuole andare a letto, che vuole a tutti i costi il suo vasino. I titoli sono presto detti: Non voglio andare a letto, Voglio il mio ciuccio, Voglio la mia mamma, Voglio il mio vasino, Non voglio lavarmi le mani. Le immagini sono chiare e le parole integrano l'evidente espressione della principessa e del Re e della Regina, a volte rassegnati a volte divertiti dai capricci della figlia.


Non voglio fare il bagno (ed. Lemniscaat) illustra le avventure di Tigrolino, che ama giocare, saltare, correre e sporcarsi nel fango, ma odia pulirsi la bella pelliccia fino a quando deciderà da solo che è ora di farlo. Della stessa collana anche Non voglio andare a letto.


Un altro capriccio classico è quello davanti al cibo: non hai più voglia di quello che i genitori ti propongono tutti i giorni e dici di no persino a una gustosissima torta al cioccolato. Vuoi proprio mangiare quello che hai in mente tu e Achille, un piccolo coccodrillino, vorrebbe mangiarsi un bel bambino. Alla fine è costretto ad accontentare il papà e la mamma, già in lacrime perchè loro figlio rifiutava qualsiasi cosa gli venisse preparata. Mangerei volentieri un bambino (Babalibri ed.) è divertente sia per i bimbi sia per i loro genitori.


Descrivo solo alla fine un libro che tutti conoscerete bene: Che rabbia! di Mirelle d'Allanchè (Babalibri ed.). Roberto ha passato una giornata pesante e mal sopporta il babbo che gli dà ordini o che gli prepara per cena gli spinaci. Spedito in camera sua a "pensare", sente una cosa dentro che poi uscirà da lui tramite un urlo liberatorio: una Cosa grande e rossa, la personificazione della rabbia. Ovvio che il significato metaforico sia difficile da capire, ma il punto forte di questo libro è proprio in quell'AHHHHHHHH gridato ad alta voce, magari tutti insieme, che aiuta piccoli e grandi a buttare fuori le magagne della vita.

lunedì 22 aprile 2013

Piantiamo un seme!

Oggi, come più volte ricordato sulla Rete, si celebra la Giornata della Terra, per la salvaguardia del nostro spesso maltrattato pianeta. La riflessione sull'inquinamento e sui modi per evitarlo è quasi obbligatoria e proporla anche ai bimbi più grandi diviene un'occasione per discutere su tematiche a loro più o meno note. I corsi sull'ecologia si sono moltiplicati negli ultimi anni nelle scuole dell'infanzia e nelle primarie. 

Ma non è a delle semplici nozioni che stavo pensando.

E'troppo facile (e forse un po'ipocrita) ricordarsi della Terra, la grande Madre Terra, solo oggi. Diventa banale ricordare la valenza di differenziare i rifiuti, i privilegi di mezzi di trasporto eco, l'utilizzo di detersivi bio. Penso però che per festeggiarla a dovere sia giusto farlo attraverso l'esempio.

Piantiamo un seme: di fagiolo, di pomodoro, di peperoncino. Piantiamo un seme e prendiamocene cura: annaffiamolo, teniamolo al caldo, osserviamo la sua crescita, diamogli un nome. Farlo insieme ai nostri bambini è un buon modo per far loro capire l'importanza rispetto per le creature vegetali: sono loro che ci danno la vita, insieme al cielo, ai mari, ai fiumi...è la Terra a darci vita.


giovedì 11 aprile 2013

Il piccolo principe insegna la vita

Il 6 aprile 1943 veniva pubblicato un libretto che è entrato nel cuore di tanti e che ormai è diventata una sorta di educazione emozionale per grandi e piccini. Il piccolo principe di Antoine de Saint- Exupéry racconta una storia semplice, con parole garbate e immagini d'acquerello, adatte ai lettori di tutti le età. E' proprio forse l'ingenuità che contraddistingue i personaggi e i dialoghi a renderlo tanto profondo, anche per chi crede di conoscere già "quelle banalità".

Ed è proprio in questi giorni che mi sono messa a risfogliarlo ed ogni volta che lo faccio, trovo qualche estratto che mi colpisce in modo particolare. Ecco quello di questi giorni:

I grandi amano le cifre. Quando voi gli parlate di un nuovo amico, mai si interessano alle cose essenziali. Non si domandano mai: «Qual è il tono della sua voce? Quali sono i suoi giochi preferiti? Fa collezione di farfalle?» Ma vi domandano: «Che età ha? Quanti fratelli? Quanto pesa? Quanto guadagna suo padre?» Allora soltanto credono di conoscerlo.
Succede anche voi di amare così tanto un principino coi capelli color del grano?

domenica 10 marzo 2013

Bambini in guerra

Le guerre ci sembrano sempre lontane, ma in realtà attraverso la televisione e il computer immagini di battaglie e devastazioni sono all'ordine del giorno anche per i nostri bambini. I filmati e le foto arrivano da paesi anche a poche ore di aereo da non, non così irraggiungibili come la nostra mente ci vorrebbe far credere.

Jerome e sua moglie Francoise Brauner vissero un periodo, quello dei primi del Novecento, in un'Europa sconquassata dalle guerre. I bambini erano spesso dimenticati, ma il sociologo dell'infanzia e la consorte dedicarono la loro vita a curare i piccoli rifugiati della Guerra di Spagna e i superstiti dalla Notte dei Cristalli e dai campi di concentramento di Buchenwald e Auschwitz. Hanno poi fondato un centro "di trattamenti educativi" per bimbi con handicap e famosi sono i loro scritti sull'autismo, analizzato non solo dal punto di vista scientifico, ma anche da quello storico e socio culturale, altrettanto fondamentale nell'intervento pedagogico con piccoli autistici.


Il loro testo che più mi ha colpito è Ho disegnato la guerra (editore Erickson), dove raccolgono e analizzano le opere d'arte di bambini che hanno dovuto fronteggiare il conflitto bellico, dalla Prima Guerra Mondiale al Desert Storm. Far disegnare i bambini era una sorta di terapia, nella quale i più piccoli raccontavano con i colori che la loro mamma "non c'era più" e la loro casa era stata distrutta. 



"I disegni dei bambini devono servire come arma contro la follia della guerra. Ma non basta guardarli di sfuggita. Visti da vicino, rivelano tutte le sofferenze dell'umanità di ieri, di oggi e di domani". Scrivono i Brauner e leggendo questo libro, osservando i disegni dei bambini, il dolore e la disperazione appaiono tangibili.

Un libro testimonianza, da leggere anche con i bambini più grandi.

martedì 26 febbraio 2013

Un libro di emozioni

Parlare di emozioni non è mai cosa semplice e farlo al nido, assumendo un metalinguaggio adeguato, diviene un'operazione complessa che prevede una buona progettazione. Eppure raccontare e raccontarsi quello che si prova, dare un nome a un moto interiore, riuscire insieme a trovare i modi per gestirlo è un buon allenamento di crescita, che permette al bimbo di migliorarsi in un contesto sicuro e protetto.

Nella fascia di età 0-3 i bambini sono in preda alle emozioni: rabbia, felicità, disperazione. Riuscire a contenerli e a indirizzarli è compito dell'adulto e spesso è più che sufficiente usare la fisicità per star loro vicini, sostenerli, calmarli. L'espressione corporea è anche un buon modo per manifestare tutte le emozioni represse e le attività di psicomotricità hanno questa valenza: sia che si danzi su musica rilassante, sia che si muovano teli colorati, il nostro corpo diventa una tela su cui dipingiamo quello che teniamo dentro di noi.

www.asili-nido-roma.it 

Le attività grafico pittoriche inoltre sono un altro buon mezzo di espressione, da pianificare alla fine della psicomotricità o in maniera indipendente da essa. Talvolta può essere obiettato che il bambino sotto i 3 anni non ha ancora le capacità per associare un sentimento al segno grafico. In realtà diverse ricerche smentiscono tale credenza ( al riguardo consiglio un testo agilissimo della Junior, Lo scarabocchio al nido) e in ogni caso disegnare e pitturare sono attività che coinvolgono corpo e mente, anche solo in maniera inconsapevole.

Conosciamo la valenza affettiva della lettura dei libri e gli albi illustrati sulle emozioni sono tantissimi e alcuni di essi sono anche davvero belli. Il mio preferito è senza dubbio Che rabbia!, un vero e proprio tormentone in tutti i nidi in cui ho lavorato. Mi piace perchè è veritiero: funzionerebbe anche con gli adulti! E poi sono proprio tutti quei sentimenti negativi, di cui i bimbi non conoscono il nome e da cui si lasciano sopraffare, che meritano un'attenzione particolare.

Un altro mezzo efficace è costruire un libro con le facce dei bimbi della sezione per rendere la lettura ancor più coinvolgente. Ovviamente il riferimento è per una sezione di Grandi: allenarsi a "fare boccacce" a seconda dell'emozione provata può diventare un gioco divertente. Fotografare questi momenti e poi raccoglierli in un album di sezione può permettere ai bambini di visionare la documentazione come se fosse un vero e proprio libro. Il valore della lettura accresce di significato perchè in questo caso i protagonisti sono proprio i bambini che stanno leggendo. 

Iniziare a dar valore alle emozioni è un buon modo per abituare i più piccoli a farlo anche in futuro e saperle gestire è una conquista per ogni adulto equilibrato.

lunedì 19 novembre 2012

Riunioni interattive

Alla parola riunione si associa sempre un'espressione di noia. Fateci caso: "Oggi non posso: ho una riunione! Uff!", "Devo andare alla riunione!", "Faccio tardi! Ho quella riunione". Che si tratti di lavoro o condominio o scuola, l'immaginario comune è quello.

Ho sempre pensato con gioia alle riunioni al nido: sono dei momenti in cui gli adulti si possono davvero incontrare in una dimensione tutta loro e finalmente parlare e confrontarsi con la giusta calma. Penso agli scambi di informazioni giornalieri: troppo spesso frugali, troppe cose da dire.

Allo stesso tempo, credo che un'assemblea monodimensionale sia di un tedio estremo. Ho assistito a riunioni in cui una o più educatrici parlavano ai genitori (spesso disposti in cerchio) in maniera quasi ininterrotta per circa un'ora: sono morta di sbadigli anche io!

E' dunque doveroso, oltre a individuare una scaletta con gli argomenti da trattare in maniera sintetica e esaustiva, creare dei momenti di scambio reciproco. Il passaggio di parola è un buon modo per dare l'idea di un équipe unita dove ognuno ha una sua dimensione, ma gli argomenti da trattare devono essere ben condivisi, senza improvvisare troppo.

Prendere un té con i genitori aiuta a rompere il ghiaccio: ci si pone tutti su un piano più informale, abbattendo barriere difensive. Giochi o attività possono essere altrettanto utili, ma consiglio di progettare in base al gruppo che si ha di fronte: è fondamentale calibrare l'offerta sui genitori a cui ci si rivolge altrimenti si perde l'attenzione degli stessi oppure si creano inutili imbarazzi.

Infine un ottimo escamotage può essere quello delle foto o di brevi filmati di vita al nido, da proiettare al muro o semplicemente da far scorrere sullo schermo di un computer. Sostengono i discorsi e un'immagine vale più di mille parole.

lunedì 24 settembre 2012

Il pianto dei bambini

Se un bambino piange, un motivo c'è.

Per un piccolino che non sa parlare, è l'unico mezzo di espressione; per i più grandicelli, rimane un metodo immediato per comunicare frustrazione. In ogni caso, a mio avviso, non è da ignorare.

Ci sono, è vero, pianti da capriccio, ma prima di considerarli tali è fondamentale conoscere il bambino. 

Nella fase degli ambientamenti, per le educatrici a volte gestire i pianti sembra un'impresa impossibile: separarsi dalla mamma è di sicuro un motivo più che valido per lasciarsi andare a lacrime di disperazione e rabbia. A questo punto, il ruolo dell'adulto è quello di contenitore emotivo (e spesso anche fisico), affinchè il bimbo si senta rassicurato e protetto anche in assenza del genitore. 

Ma a volte non è così automatico, ci sono i pianti "di protesta": non voglio stare qui all'asilo, voglio tornare a casa mia e non mi interessano nè gli altri bambini nè i giochi. E' un pianto altrettanto rispettabile! Cari adulti, quante volte ci lamentiamo, arrivando perfino alle lacrime, per situazioni nuove che fatichiamo a mandare giù?! Penso che in questo caso, la comprensione è la miglior strategia: non otterremo niente nè con la distrazione nè con le coccole.

Ovviamente ci sono i pianti da disagio fisico, per fame o sonno: se si ascoltano hanno un suono diverso.

Attraverso il pianto non si pronunciano parole, ma se ci mettiamo in situazione di ascolto, riusciremo a codificare anche quella cantilena, quelli strilli, quei singulti: sarà pur sempre una fatica, ma ci aiuterà ad accogliere il pianto dei bambini in maniera più serena e equilibrata.