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venerdì 24 novembre 2017

L'Ortobimbi di Francesca: seguite il cuore e ci arriverete


"Francesca, spiegami cosa fai con i bambini all'Ortobimbi".
Per me, questa resterà sempre la domanda più difficile a cui rispondere.
Il perchè? Perchè onestamente io faccio molto poco, lascio che sia la Natura a parlare con i bambini. Hanno un linguaggio animico molto simile: poche parole, tanto istinto e tutto cuore.
Si capiscono al volo.

Con la semina e l'attesa, i bambini rafforzano in loro la capacità di aspettare, prendendo consapevolezza che ogni momento è il momento giusto per qualcosa di specifico. Non si può fare tutto in tutti i momenti. Questo limite non viene imposto, lo afferma il ciclo della vita.


La cura delle piante che crescono (togliere le erbe infestanti, annaffiare, cappettare) sottolinea quanto siano importanti i passaggi intermedi che stanno alla base per il raggiungimento di qualsiasi obiettivo, compresa la fatica.

Sì, nell'orto i bambini faticano e credo proprio che sia sentire nelle braccia, nelle gambe questo sentimento, che li spinge successivamente a non sprecare cibo e a mangiare verdura che non avevano mai assaggiato, in quanto non c'è niente che possa essere compreso e imparato senza passare dalla pelle, dai muscoli e dal cuore.

Il raccolto e la vendita dei loro prodotti è la gratifica del lavoro svolto, la benzina che ad ogni percorso aumenta la loro attenzione e il loro impegno, oltre a sostenere l'autostima.



Nel campo, molti processi (collaborazione, attenzione, amicizia) vengono da sè. Io li osservo solo accadere. Potrebbe chiamarsi magia. Non è raro vedere i ragazzi più grandi aiutare i bambini più piccoli, come non è difficile notare che chi ha un raccolto maggiore lo divida con chi ne ha in quantità minore. 

Come mai accade tutto così naturalmente?
Sono quasi sicura che questo succeda perchè i bambini si trovano in un ambiente neutro e neutrale, assente da stimoli esterni, meccanici ed elettronici, dove hanno la possibilità di sperimentarsi, di essere ciò che sono e di passare attraverso tutti i sensi per arrivare alla conoscenza di se stessi e del mondo.



Nessuno può fare questo lavoro al posto loro. Il mio è metterli, ad esempio, in guardia sul fuoco, ma sarebbe superfluo e di nessun aiuto per la loro crescita. Aspetto con attenzione che ci si avvicinino troppo, guardo la smorfia sul loro viso e capisco che ne è stata presa consapevolezza. La volta successiva, finito il lavoro nell'orto, saranno pronti per mettere autonomamente la legna sul fuoco, per cuocere le castagne o scaldare il pane per la merenda.

E così si torna alla domanda iniziale.

"Francesca, spiegami cosa fai con i bambini all'Ortobimbi".

Li osservo imparare le "lezioni" della Natura... e la Natura si sa, dice sempre la verità.

Avrei voluto introdurre Francesca Pachetti, curatrice di Ortobimbi a Montignoso, in provincia di Massa Carrara. Non l'ho fatto perchè le sue parole parlano da sole.

Ho incontrato Francesca per caso e insieme abbiamo giocato, ridendo insieme, piangendo insieme e creando un legame. Di lei mi ha colpito la sua naturalezza, il suo prendersi il suo posto nel mondo mettendosi a disposizione degli altri. Non ho parlato molto con lei, ma quando lo faccio è come se pensasse la mia stessa cosa, avesse la mia stessa idea di infanzia, la mia stessa concezione di educazione e... le parole diventano superflue. Sono piena di gratitudine per lei, perchè tocca sempre i tasti giusti ed è un esempio per me, sia nel mio essere educatrice, sia nella vita di tutti i giorni.

Grazie per la condivisione!



Foto di F. Pachetti

venerdì 27 ottobre 2017

E'mio!

Lo spazio personale è una conquista per un bambino in età 0-3 e ci sarà un momento in cui difenderà con le unghie e con i denti, a volte nel senso letterale dell'espressione, tutto ciò che gli appartiene, anche solo attraverso uno sguardo.

E' un passaggio importante per la definizione dell'identità. Pensate a voi stessi e chiedetevi chi siete. Non è facile rispondere ad un dubbio amletico, ma è più alla nostra portata raccontare come siamo, cosa ci piace fare, dove viviamo... siamo noi!

Non si può pensare che la condivisione sia un valore innato. E' un passaggio molto delicato in cui il bambino capisce che giocando con gli altri, condividendo una bambola, salutando la sua mamma, non perde una parte di sè. Rimane lui, intero.

Per questo sono importanti spazi fisici propri: l'armadietto personale al nido, il proprio posto a tavola, il lettino con il peluche preferito. Sono questi oggetti materiali a rendere più comprensibile il concetto di spazio personale, che diventa essenziale dal punto di vista psichico.

E'proprio in quel mio cantuccio privato che divento io. Per gli adulti gli spazi, si tramutano anche in tempi dedicati solo a se stessi, che, a mio parere, sono piccoli lussi della vita, in cui coltivare passioni, occuparsi del proprio corpo, pensare alle proprie cose.

Anche per i bambini gli spazi si tramutano in tempi: ecco perchè è così importante la noia! Se lo stimoliamo sempre proponendo giochi e attività, non gli diamo la facoltà di scegliere, non rispettiamo il suo spazio personale, non gli diamo la possibilità di annoiarsi. Anche il non far nulla a volte è vitale: serve a riposarsi o ad inventare, a fantasticare o a riflettere. 

Cosa può fare un adulto che accompagna un bimbo alla conquista del suo spazio personale? Rispettare le sue emozioni, comprenderle, ma non far sì che si tramutino sempre in azioni. Mostrargli quali sono i limiti e i vantaggi è nostro compito: la macchinina è di tua proprietà, ma giocarci insieme agli amici è più divertente.

mercoledì 2 aprile 2014

Educhiamo con i libri: I tre piccoli gufi

Per festeggiare la Giornata Internazionale della Letteratura per Bambini, ho scelto di presentarvi un libro che rappresenta un capo saldo della letteratura infantile “I tre piccoli gufi” di Martin Waddell. Questo libro è oramai considerato un classico, ma grazie alla ristampa da poco effettuata è possibile reperirlo senza problemi in qualsiasi libreria. Protagonisti di questo albo illustrato sono tre piccoli gufi: Sara, Bruno e Tobia.


I piccoli gufi sono cuccioli come gli altri con tante paure… e che succede quando mamma gufo se ne va nel bel mezzo della notte lasciando tre piccoli gufi da soli?

“..i piccoli gufi si misero a pensare (tutti i gufi pensano molto!)
<<io penso che sia andata a caccia>> disse Sara
<<per procurarci il cibo >>disse Bruno
<<voglio la mamma!>> disse Tobia”

I piccoli gufi aspettano impazienti, stretti stretti l’uno all’altro il ritorno della mamma. Ed ecco finalmente Mamma Gufa che vola leggera e morbida tra gli alberi della foresta per poi planare nel nido, dove l'attendono i suoi cuccioli. Non hanno motivo di essere angosciati, li rassicura la mamma, perché lei tornerà sempre dai suoi cuccioli.

Un parallelismo tra questi gufetti e i bimbi che frequentano un asilo nido è davvero lampante. Questo albo ci permette da educatrici ed educatori, ma anche come genitori, di affrontare questa tematica che spesso getta sconforto, paura e angoscia nei piccoli…la paura dell'abbandono.

“..Tutti i gufi pensano molto..”, ma chissà cosa pensano anche i bambini che ogni giorno abbiamo davanti a noi..

Cosa penseranno?
Che percezione avranno delle ore che passano?
Dove pensano siano i genitori?
Che emozioni vivono?

Un albo illustrato che nelle sue 26 pagine racchiude grandi emozioni e tematiche, una storia per parlare di paure, autonomia, legami fraterni e affettivi.


Consiglio la lettura per asili nido e scuole dell’infanzia.

Testo e foto di Martina Salmaso


martedì 25 marzo 2014

Attività e spazi al nido: il gruppo dei piccoli

All'interno del nido d'infanzia lo spazio dei piccoli, bambini dai 3 mesi ai 12 mesi, è possiamo dire un piccolo nido all'interno di un nido più ampio. Affermo ciò in quanto i bambini piccoli hanno bisogno di ritmi e di un tempo molto diversificato tra di loro e rispetto ai bambini medi e grandi; proprio per questo all'interno dello spazio piccoli spesso si trova anche il bagno per la cura dei piccoli e la stanza del riposo mattitutino. Molto spesso l'angolo dedicato al momento del pranzo si ricava dalla stanza principale del gioco. 

L'ambiente è perciò molto più tranquillo, sereno, senza movimenti e rumori forti, quindi uno spazio che dia ampio spazio alla relazione. Tutto ciò poichè nel bambino piccolo il corpo è il veicolo primario della conoscenza e i sensi sono il codice di comunicazione privilegiato. Il bambino piccolo comunica, entra in relazione con gli adulti che si prendono cura di lui e con l'ambiente e lo spazio attraverso il suo corpo e le sue relazioni/sensazioni tonico-emozionali. 


Inoltre, l'ambiente e lo spazio dei piccoli deve tener conto anche di un altro grandissimo elemento che rappresenta questa fascia di mesi: la conquista della propria consapevolezza, della proprio corpo, della propria autonomia. Quindi, tenendo presente tutte queste importanti caratteristiche che contraddistinguono il bambino piccolo lo spazio sarà così organizzato: 
  • la stanza sarà completamente o quasi ricoperto da un tappetone che permette al bambino la stabilità e l'equilibrio. Quindi un tappeto fermo, quasi rigido, che accompagna i primi passi del bambino senza disequilibri. Un tappeto che permette al bambino la libera e spontanea scoperta dello spazio e dell'ambiente gioco. 
  • ci sarà un angolo morbido, con tappetone, tanti cuscini ed uno specchio (un angolo che accoglie, che rassicura, un angolo dedicato alla coccola ma anche un angolo dedicato alla conoscenza di sè, della propria immagine riflessa, del proprio corpo); 
  • ci sarà un angolo senso-percettivo, un angolo caratterizzato dalla proposta di giochi che favoriscano la scoperta spontanea del mondo attraverso i cinque sensi: quindi, troveremo un cestino dei tesori, un cesto che raccoglie diversi oggetti di materiale naturale (legno, metallo, juta, stoffa, ...) di varie dimensioni, di vario peso e di varia consistenza e che permette al bambino di essere scelto spontaneamente ed essere conosciuto e sperimentato attraverso la manipolazione e la suzione; troveremo dei pannelli sensoriali, troveremo delle piccole baccinelle di plastica con pon pon, troveremo la scatola delle stoffe, troveremo le bottiglie sonore
  • E poi un angolo che permette al bambino di poter sperimentare i primi passi, con una barra al muro, un mobile primi passi, ed una tana del cucù (dove poter sperimentare il gioco del c'è e non c'è, del scomparire/riapparire). E' comunque uno spazio molto flessibile in quanto cresce e si evolve in base alle necessità e ai bisogni dei bambini piccoli che crescono. Ad esempio nel corso dell'anno educativo, si potrà inserire negli angoli gioco pentolini in metallo, libri di letteratura dell'infanzia adatti alla fascia d'età, camioncini, animali della fattoria, cubi e scalette per il movimento.


Post e foto di Lucia Vichi

martedì 18 febbraio 2014

La cura del corpo al nido

Il tempo al nido viene scandito dalle routines, le quali aiutano il bambino piccolo a percepire lo scorrere del tempo, facendo esperienza della successione del tempo e permettendo al bambino stesso di ritrovarsi ogni giorno e di vivere la sua permanenza nel nido con serenità.
Tra i momenti di routines troviamo il momento della cura personale. La cura personale fa parte di un complesso processo nel corso del quale il bambino impara a conoscere il suo corpo e il proprio sè. Durante i momenti di cura del corpo ci si occupa del benessere del bambino, della cura del suo corpo, ci si preoccupa di suscitare il piacere che il bambino piccolo prova per quello che gli si fa e di favorire in lui ogni possibilità di autonomia. Ma le cure del corpo, come d'altra parte, le altre routines, consentono al bambino di costruire con le persone che si pendono cura di lui una relazione affettiva reale e significativa.
Nelle riflessioni che ci offrono Myriam David e Geneviève Appell nel loro testo "0-3 anni Un'educazione Insolita. Una nuova concezione dell'infanzia nell'esperienza di Loczy: un modello per gli asili nido" (istituto di Budapest creato e diretto da Emmi Pikler), gli autori mettono in evidenza delle azioni che costituiscono un momento di cura fortemente centrato sulla relazione: considerare il bambino come un essere umano attivo, che sente, che osserva, che registra, che comprende; non avere fretta nei tocchi, nei gesti, nelle parole, nelle azioni; rispettare il tempo e il ritmo del bambino, senza interruzioni nè confusione. 
Riflettiamo in maniera più approfondita su queste azioni. I gesti dell'adulto che accompagnano il momento della cura devono essere accompagnati da dolcezza: dolcezza che significa non tanto semplice gentilezza ma piuttosto riconoscere il fatto che il bambino è sensibile a tutto ciò che gli viene fatto e non può essere manipolato a piacere come fa comodo all'adulto. Quindi niente bruschi cambi di posizione, niente trascinamenti quà e là, niente strattoni, niente teste sfregate con eccessiva energia. Lo stesso modo per sollevare e appoggiare il piccolo sul fasciatoio è un buon esempio di questo atteggiamento: il bambino viene prima chiamato per nome, se necessario è messo sul dorso di fronte all'adulto che cerca di attirare l'attenzione; poi gli si solleva leggermente il braccio, in modo che la mano dell'adulto possa prendere la testa del bambino così che resti ben sostenuta; solo allora viene sollevato. 
Per riappoggiarlo, la stessa dolcezza e prima di lasciarlo l'adulto lo guarda, gli dice qualche parola con tono dolce e calmo, gli sussurra, gli sorride. Alla dolcezza si unisce la preoccupazione dell'adulto di riferimento di rendere partecipe attivamente il bambino al momento di cura. Durante le cure l'adulto parla al bambino guardandolo. Esso gli riferisce tutto ciò che gli fa  "Adesso ti sollevo, ci togliamo il pannolino sporco e ci rinfreschiamo un po' con l'acqua...".L'adulto cercherà poi di commentare anche le reazioni "Ah, fai le boccacce, non ti piace eh, ma abbiamo quasi finito. Stai sereno". E' chiaro che con bambini più grandi, quando il cambio inizierà ad essere fatto in piedi a terra, la conversazione e la partecipazione del bambino sarà molto più attiva.


Nel bambino piccolo si riesce ad evidenziare una cooperazione attiva se l'adulto utilizza i gesti spontanei del neonato: ad esempio, egli coglie il momento in cui il bambino alza il piedino per infilargli il calzetto, facendogli notare l'utilità di questo gesto. Poi mano a mano che il neonato cresce l'adulto può chiedergli di alzare il piedino, aspettando il momento buono e un movimento spontaneo del bambino per trasformare tutto ciò in un successo ampiamente commentato. Il bambino, crescendo, si fa sempre più cosciente di questa cooperazione che, ad un certo punto, diventa volontaria. Precisando che tanta dolcezza nei gesti, nelle attese e nelle parole non aumenta la durata delle cure perchè elimina tutti i momenti in cui il bambino si oppone alle manipolazioni "aggressive e frettolose" dell'adulto.
Nel momento in cui il bambino raggiunge una certa sicurezza nella posizione "in piedi" si può introdurre anche la cura delle mani: si può offrire al bambino un dispenser di sapone, un asciugamano a sua altezza (o salviette di carta a sua altezza), dargli tempo, rispettare il suo ritmo, cercando di lavare le mani accanto a lui, senza parole solo gesti, in modo tale da poter diventare un ottimo modello per "come" lavarsi le mani ... a volte le parole sono davvero poco fruttuose rispetto al comportamento e all'azione in silenzio!
Inoltre, nel bambino che ha raggiunto una certa consapevolezza e volontà nel momento routinario della cura, quindi un bambino che sta iniziando da sè a interessarsi al water o vasino, le azioni più importanti (in base a questa percezione pedagogica) da poter far riferimento nel rispetto del suo ritmo, del suo corpo, del suo sè sia: 
  • lasciare libero il bambino di svestirsi e rivestirsi da sè; l'adulto può aiutarlo nel momento in cui lo percepisce in difficoltà; 
  • lasciare libero il bambino di togliersi da sè il pannolino e buttarlo via nel bidone apposito;  
  • offrire al bambino la possibilità di scegliere se utilizzare il vasino o salire da solo con la scaletta nel water;  
  • offrirgli la possibilità di scegliere il pannolino da indossare;  
  • salutare insieme all'adulto, tirando giù da sè l'acqua ciò che rappresentano le "parti di sè" (ossia pipì e popò);  
  • essere accompagnato in questo tempo e spazio da un adulto che "accoglie" con delicatezza e dolcezza e non con fretta, disprezzo; 
  • essere rispettato nel suo tempo e nel suo ritmo.


Concludo riportando questo riferimento ripreso da un incontro formativo: 
IL BAGNETTO DI TUNDE 
Margot, una delle quattro nurse del gruppo, toglie il pannolino a Tunde, coricata sul fasciatoio. Tunde la guarda; Margot parlandole, aspetta che la bambina abbia separato le mani per toglierle la tutina. In seguito la appoggia su una bilancia per pesarla. Tunde muove le braccia e le gambe, poi si tocca le dita e sfiora il braccio di Margot. La donna la rimette sul fasciatoio e con l'ovatta la unge, molto delicatamente, le pieghe del corpo, nominandole (le orecchie, il collo, i polsi, le dita delle mani e dei piedi, i gomiti, le ascelle , i gomiti, le ascelle, le cosce, ecc.); è molto attenta ai suoni e ai movimenti di Tunde. La bambina è tranquilla e attenta, sfiora Margot varie volte, poi si mette in mano la bocca. Margot insapona Tunde sul fasciatoio con un guanto di spugna, descrivendole quello che sta facendo. Tunde la osserva , l'ascolta, agita braccia e gambe quando viene spostata leggermente...

(parte di riassunto di un filmato realizzato a Loczy, Il bagno di Tunde , 3 mesi)


Parole e avvolgimento del corpo con il gesto ... gioco, relazione e apprendimento che si intrecciano armoniosamente.

di Lucia Vichi

Foto di Xumet, Mikel Seijas Alonso

mercoledì 5 febbraio 2014

Il pranzo al nido

Un pranzo gustato in buona compagnia ha il potere di fermare il tempo
Penny Ritscher

Il pranzo è un momento centrale nella vita al nido, perché rappresenta una delle cosiddette routine, un momento della giornata che quotidianamente si ripete e scandisce i tempi. I bambini in questo modo hanno una bussola per orientarsi a livello temporale, comprendendo lo scandire delle attività.

Il pranzo assume un significato particolare anche per la sua valenza affettiva e relazionale. Si mangia tutti insieme, bambini, educatori, esecutori e cuochi. In questo clima di convivialità, si parla, si discute della giornata e delle pietanze che si sta mangiando. Una riflessione importante viene innanzitutto dal cibo: abituare sin dal nido a mangiare sano e in maniera varia è ormai un obbligo per chiunque abbia il compito di pianificare i menù. Si propongo ai bambini verdure, zuppe, piatti unici, in modo che ogni giorno possa provare una consistenza ed un gusto differente. Mettere in lista anche ricette di nazioni altre è una buona prassi per aprirsi verso tradizioni che non conosciamo: il cibo è cultura e tradizione e non si può chiudersi nella “maniera italiana” ad ogni costo. L’esempio degli adulti e degli altri compagni che mangiano di solito spingono il bambino ad assaggiare, ma se non ha proprio fame o si rifiuta di finire il piatto, che cosa fare? Si dovrebbe rispettare la sua scelta, perché il nido è un’agenzia educativa che non ha come finalità primaria quella di nutrire, ma quella di educare e in quel momento noi stiamo educando al pranzo, occupandosi della qualità del momento e non della quantità.

Sia Penny Ritscher sia Enzo Catarsi si sono occupati molto della tematica, cercando di trarne linee guida per organizzare il pranzo nella maniera più adeguata. Cercherò di riassumere i contenuti fondamentali di quello che ho ascoltato e letto dai due pedagogisti, tenendo sempre presente che l’organizzazione della routine deve essere ben preparata e condivisa da tutto il gruppo di lavoro. E’ l’occasione in cui tutti gli adulti del nido hanno un ruolo attivo e preciso e collaborare è fondamentale per la buona riuscita del pasto. L’obiettivo principale è l’autonomia: il bambino può e deve avere occasioni in cui impara a fare da solo, da gesti semplici ad azioni più complesse. E’ovvio che nella sezione dei Piccoli, il pranzo deve essere organizzato in maniera quasi personalizzata o comunque gestito soprattutto dalle figure adulte. Infondo il pranzo è come un’attività, essendo ricco di sensazioni tattili e olfattive, favorendo la manipolazione e la scoperta di nuove consistenze e di nuovi colori e permettendo un’acquisizione di abilità legate alla prassia fine e non (Ritscher, 2000). E poi per una volta: è consentito sporcarsi!

Foto di Joseph Choi
In fase progettuale, quindi, discutere di come raggiungere l’obiettivo è fondamentale per pianificare al meglio e innanzitutto devono essere decise le modalità di realizzazione, curando particolarmente gli spazi e l’attrezzatura. Sarebbe meglio avere a disposizione tavoli da 6 bambini circa e almeno un adulto; sarebbe funzionale avere piani di appoggio a portata di mano per potersi alzare il meno possibile; bisognerebbe utilizzare tovaglie e stoviglie nel classico stile “da trattoria”, piatti e posate a misura di bambino, vassoi da portata e formaggere che i bimbi possano utilizzare con facilità, cucchiai da portata di colore diverso rispetto a quelli personali, brocchette per versarsi da soli l’acqua. Insomma, l’ideale corrisponde a un target piuttosto alto, ma non impossibile da realizzare anche se confrontato a realtà in cui alcune condizioni sembrano inattuabili. Bisogna valutare il numero di adulti in turno nel momento del pranzo, considerare i costi di attrezzatura e pensare alla loro manutenzione. Insomma, un pranzo educativo non può essere improvvisato, ma deve essere una scelta consapevole da parte di tutto il gruppo di lavoro.

Altri punti su cui porre l’attenzione sono il tempo e la ritualità. Non si può pensare al pranzo come un momento frugale in cui ci si catapulta a tavola, si mangia in fretta e furia e poi si sparecchia altrettanto velocemente: viene il mal di testa solo a pensarci. Bisogna perdere tempo: è un dovere, che oltre a obbligarci a una salutare lentezza, renderà quel momento vissuto pienamente a livello emotivo e relazionale. In questo clima sarà più facile acquisire capacità, dalle più facili alle più complesse. Non pretendiamo dai bambini un’eccessiva pazienza, però: non ha senso tenerli seduti, senza far niente, dopo che hanno finito di mangiare, per tempi prolungati. La ritualità poi è alla base di qualsiasi routine ben organizzata sia per quanto riguarda lo svolgersi degli eventi, preferibilmente simile, sia per quanto riguarda veri e propri riti da associale al momento, come per preparare i bimbi a quello che verrà dopo. Questo però non vuol dire che le routine divengono statiche e sempre uguali: è dovere dell’educatore valutare e aggiustare il tiro, quando occorre. E’giusto che il bambino si orienti nella routine, ma pensate a un bimbo ad inizio e a fine anno: cambiano i bisogni educative, le autonomie raggiunte, le abilità fisiche. Senza la flessibilità, ogni routine perde di significato.

Uno dei momenti difficile da gestire e quello precedente al pranzo: dopo le attività, si va in bagno, ci si lavano le mani e poi se il carrello con il cibo non è ancora arrivato che si fa? Innanzitutto, si potrebbero informare i bimbi su cosa mangeranno: attraverso un pannello che ogni giorno mostri fotografie dei cibi (preparare le immagini è piuttosto semplice, visto che i menù di solito si ripetono) oppure mostrando delle carte fotografiche. Si potrebbe cantare una canzoncina sul pranzo. Ogni giorno poi un bambino per tavolo potrebbe apparecchiare e si potrebbero scegliere con un’estrazione a sorte, pescando le foto dei bimbi da un cestino, ad esempio. L’apparecchiatura la si può gestire differentemente: con tutto il gruppo già seduto (ogni bambino dovrebbe preferibilmente avere un posto assegnato) oppure subito dopo la lavatura delle mani ci si divide e i camerieri si fermano ad apparecchiare, mentre i compagni si siedono nell’angolo morbido a cantare una canzone.

Una volta preso il proprio posto, arriva il momento della sporzionatura. Se un adulto si occupa di suddividere il cibo in piccoli vassoi da portata, i bambini (medi e grandi ovviamente) sono capaci di servirsi da soli. Ci vuole una buona pianificazione, ma porta a buoni risultati. Lo stesso vale per l’acqua: se versata in piccole brocche, i bambini, dopo tanti “laghi”, riusciranno a centrare il bicchiere. Pensate alla soddisfazione che proveranno, una volta che riusciranno a farcela. Dopo l’attività, mettere a posto diventa il completamento di quello che abbiamo appena fatto: anche la mamma, dopo cena, sparecchia. Si possono predisporre grosse vaschette per raccogliere bicchieri e posate; si potrebbero buttare i bavagli in un cestino comune e impilare i piatti in una torre alta; buttare via gli scarti e aiutare a spingere il carrello. Anche la sparecchiatura è un buon modo per impiegare quei tempi morti, tra il pranzo e la nanna: i bimbi si rendono utili, non si agitano come accade spesso se lasciano giocare liberamente tutti insieme e si arriva ai preparativi per andare a letto in maniera più naturale.

Piccola Bibliografia:
L'alimentazione al Nido: un pranzo a misura di bambino, Assessorato Pubblica Istruzione Servizio Asilo Nido Firenze, Federazione italiana Medici Pediatri, 2008
Bisogni di cura al nido. Il pasto, il cambio, il sonno, Catarsi E. Baldini R, Edizioni del Cerro, 2008
Slow School. Pedagogia del quotidiano, Ritscher P., Giunti scuola, 2011
Cosa faremo da piccoli? Verso un'intercultura tra adulti e bambini, Ritscher P., Junior, 2000

lunedì 14 ottobre 2013

Estivill...ma è davvero un metodo?

Ho letto il libro di Eduard Estivill dopo poco che uscì in Italia e gli scaffali delle librerie erano pieni di Fate la nanna (edizione Mandragora). Il mio proposito era quello di documentarmi sul momento della nanna al nido e comprai il libro per avere una comprensione più ampia dell'argomento. Sapevo che era rivolto ai genitori, ma pensai che sarebbe stato utile anche leggere qualcosa di meno accademico delle letture consigliate dal professore universitario.


In sostanza lo specialista di disturbi del sonno di Barcellona consigliava "buone pratiche" per riuscire a far addormentare il proprio figlio da solo. Dopo il consolidamento di una routine presonno (bagnetto, lettura di una storia...), il genitore doveva mettere il bimbo nel lettino, lasciando subito la stanza. Se il piccolo protestava, il babbo o la mamma dovevano rientrare dopo un certo periodo di tempo, sempre in maniera graduale e crescente (prima dopo 5 minuti, poi dopo 10, poi dopo 15...), e consolare con il contatto e con le parole, senza prenderlo in collo.

Ricordo che, una volta terminato Fate la nanna, le mie perplessità erano tante. Non avevo metri di paragone: la mia esperienza con i bambini si esauriva al baby sitting e al tirocinio formativo. Condividevo l'idea del rituale, ma le teorie di Estivill però mi sembravano troppo estreme... non riuscivo a capire come si riuscisse a lasciar piangere un bambino, il proprio bambino per un periodo di tempo sempre maggiore. Pensavo al carico emotivo che un bimbo così piccolo fosse costretto a sorreggere: si parla anche di bambini con pochi mesi di vita e mi pareva impossibile che una volta lasciato solo, riuscisse a rassegnarsi al pianto e ad addormentarsi tranquillamente.

Accantonai il libro e me ne dimenticai fino a che qualche anno dopo, una mamma al nido mi chiese consiglio su quella lettura. Le era stato presentato come un metodo illuminante: testato e assicurato. A quel punto mi documentai un po'in rete e le opinioni che sostengono il medico spagnolo sono centinaia: testimonianze di famiglie comuni che hanno sperimentato con successo le indicazioni del libro.

A distanza di anni, la mia esperienza con gli "addormentamenti" è aumentata e continuo a pensare che pedagogicamente (oltre che personalmente), lasciare un bambino da solo, al buio, mentre piange per periodi di tempo anche molto prolungati non ha alcun fondamento scientifico. Capisco che a volte si creano dinamiche legate al sonno molto contorte e faticose da sostenere. Trovare una routine, creare intimità, introdurre oggetti transizionali, cantare ninna nanne, dondolare e cullare (anche in collo, nei primi mesi di vita) tranquillizzano il bambino. E si impara ad addormentarsi quando si è sereni e a proprio agio, non perchè si è sfiniti dal pianto.

Su Youtube ho trovato questo video, che mostra il "metodo" messo in atto da una famiglia... io non son riuscita a guardarlo fino infondo senza commuovermi... come potrei sostenere Estivill?

http://www.youtube.com/watch?v=i6_t100Nj2Y