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lunedì 24 novembre 2014

"Perchè vai a casa e non rimani qui?" Riflessione di un'educatrice sul suo lavoro e sul punto di vista dei bambini

Vi è mai capitato di uscire dalla sezione prima del termine della giornata del nido e dover rispondere alla fatidica, quanto difficile, domanda "perché vai a casa e non rimani qui?". A me, ogni volta, lascia basita.  Ogni volta. E ogni volta mi trovo in difficoltà a rispondere. O, almeno, a trovare una risposta che soddisfi la curiosità, tra l'altro legittima, dei bambini. E che non urti la loro sensibilità.

La questione è semplice: perché andiamo a casa prima dei bambini? Perché andiamo SEMPLICEMENTE a casa (e non al lavoro)? Nel tempo i bambini hanno appreso che l'adulto si separa da loro perché deve andare a lavorare. Perché lavorare è necessario. 

Ma noi? Noi educatrici, perché andiamo semplicemente a casa? Perché non rimaniamo con loro per tutto il tempo del nido? Una bambina una volta mi ha detto: "va bene, vai a dormire a casa e poi torni!".

Credo che sia difficile, per dei bambini così piccoli, pensare che veniamo pagati per stare con loro, per giocare e partecipare alla loro educazione.  Sarebbe interessante chiedere ai bambini che lavoro facciamo. Ne uscirebbero delle risposte stupefacenti.


Sinceramente, se mi concentro e cerco di guardare all'asilo con gli occhi di un bambino, anche io mi sentirei in difficoltà a capire che gli adulti che sono lì con me sono pagati per farlo. Questo, forse, è un retaggio della cultura del lavoro visto come impiego obbligatorio e scarsamente piacevole. Il genitore che dice al bambino "Vorrei rimanere qui con te ma devo andare al lavoro" forse manda un messaggio carico di tensione negativa. 
Immagine tratta da Come funziona una maestra, Mattiangeli S., Il Castoro
Fonte://www.chiaracarrer.com/
L'educatrice che spiega che il babbo o la mamma sono andati al lavoro perché è così che funziona, forse sbaglia perché snatura la vera essenza del lavoro, quella di nobilitare l'uomo!

Penso che forse sia necessario un capovolgimento del nostro punto di vista, del modo di vedere il lavoro di noi adulti. Dovremmo prestare attenzione a trasmettere entusiasmo per il nostro lavoro, per come impieghiamo il nostro tempo e per il contributo che diamo alla comunità. 

E forse, così facendo, anche noi potremmo spiegare con più cognizione, che il nostro lavoro è bellissimo, divertente e gratificante perché siamo pagate per occuparci di loro. E crescere con loro!


di Vittoria Bravi

lunedì 27 ottobre 2014

Educatore è anche animatore?

La domanda è un po'una provocazione per riflettere su un aspetto della nostra professionalità, che secondo me, è necessario nella vita quotidiana al nido. Sebbene nei testi universitari, le figure di animatore e educatore venissero tenute ben distinte, lavorando da tempo, mi sono accorta che non è poi così vero.

L'animatore ha assunto col tempo una connotazione un po'negativa e fa venire in mente quei ragazzi abbronzati dei villaggi Valtour, che saltellano cantando per 20 ore al giorno. Senza niente togliere a un qualsiasi mestiere, viene naturale pensare che non abbia niente a che fare con un contesto delicato come quello del nido.

Eppure l'animatore ha avuto origini ben diverse ed è nato nel settore dell'extra scuola, senza finalità di puro divertimento: è lì che risiede la voglia di educare anche in contesti diversi dalle istituzioni scolastiche, magari con metodologie meno istituzionali.

Però devo dire che in alcuni momenti io mi sento un po' animatrice ed è un lato della professionalità che devo migliorare, perchè viene fuori la mia proverbiale timidezza. Nei momenti di attesa, si devono intrattenere i bambini e ci sono quei momenti in cui si canta, si usano le scatole narranti, si fa il gioco delle scatoline. In questi casi, le competenze di animazione sono utili per sostenere il nostro agire educativo.

Riuscire a catalizzare l'attenzione con la voce e con il corpo, tenere vivo l'interesse di un gruppo di bambini, presentare al meglio quello che si sta proponendo sono operazioni efficaci quanto la strutturazione di un'attività più complessa. Certo è che è necessario trovare il giusto equilibrio: strafare è sempre deleterio. L'esagerazione lasciamola ai dipendenti Valtour! ;)

mercoledì 22 ottobre 2014

Benvenuta a Federica e al suo approccio creativo!

Mi presento.. Sono Federica, ho 26 e vivo e lavoro in un paese della provincia sud di Milano. Nel 2011 mi sono laureata in Scienze del Servizio Sociale con il profilo professionale di Assistente Sociale, la vecchia “ruba-bambini”, e il mese scorso mi sono laureata in Scienze Pedagogiche.

In seguito ad un tirocinio effettuato nel secondo anno di università, ho iniziato a collaborare con una comunità di risocializzazione per mamme sole con figli piccoli, prima come educatore tappabuchi, poi come educatore scolastico di sostegno per la scuola primaria, ancora come educatore di uno spazio nido interno alla comunità e infine come educatore nel post- scuola.

un quadro di Britto, pittore brasiliano: rappresenta un po' il concetto di dolcezza indispensabile per relazionarsi con dei bimbi
Finalmente nel 2012 ho iniziato a lavorare per un micronido a conduzione familiare che ospitava circa 12 bambini. Anche qui non sono riuscita a “far fortuna” in quanto la frequenza universitaria obbligatoria non mi ha permesso di proseguire il lavoro.

In estate faccio attività di animazione ed educazione per i centri estivi presso scuole dell’infanzia, ed ora parallelamente alla ricerca del famoso posto fisso che di questi tempi sembra un’utopia, mi arrangio come educatrice per post- scuola nutrendo il sogno di aprire un asilo tutto mio!!


Sono molto favorevole allo sviluppo e alla sollecitazione della creatività del bambino; in un tempo che eleva l’uso della tecnologia a partire dall’infanzia, un po’ di sane attività in cui ci si possa sporcare e far emergere il proprio io può essere solo positivo!!

Ritengo poi, da buona pedagogista, che si debba rispettare l’unicità di ognuno cercando di estrapolare il talento di cui ognuno è dotato rispettandone i tempi e adeguando le modalità alla singola persona.

Come altre infine, sostengo che il lavoro con i bambini sia il lavoro più bello del mondo poichè credo che ogni bambino sia in grado di ricompensarti per tutta la fatica in un modo assolutamente spontaneo e semplice ma ricco al tempo stesso; forse al giorno d’oggi si cerca la felicità in cose complesse dimenticando come un abbraccio spontaneo o il sorriso di un bambino possa rallegrare le giornate apportando effetti positivi.

di Federica Arici

Federica non ha bisogno di presentazioni aggiuntive. Aspetto di leggere il suo primo vero post, perchè ha tante idee nuove: darà di sicuro un bel contributo al nostro blog. Benvenuta!

lunedì 6 ottobre 2014

Esami di coscienza: il pit stop delle educatrici

Care colleghe,

vi è mai capitato di essere un po'in crisi riguardo al vostro modo di lavorare, riguardo alla nostra professione, riguardo al confronto con le colleghe? Penso che almeno una rimessa in discussione per carriera sia necessaria, non per cambiare le cose, ma per comprendere altri punti di vista.

A volte infatti accadono fatti che non hanno direttamente a che fare con il vostro operato, ma che magari vi coinvolgono indirettamente. Vi sentite attaccate e non sapete bene come difendervi: gestire le relazioni con gli altri non è poi così facile e non esiste una modalità di comportamento adeguata a tutte le situazione.

Le difficoltà che dobbiamo affrontare sono tante e se ci pensate, non sono mai rivolte ai bambini: è con loro che si riescono a intessere rapporti positivi. I problemi si creano con gli adulti.

Pensate a come vengono presentati oggi gli asili nido in Italia: escono quasi tutti i giorni notizie terrorizzanti, in cui vengono descritti maltrattamenti e perfidie consumate contro bimbi. Queste persone (non chiamiamole educatrici, per favore) esisteranno di sicuro, ma non sono la regola.

Ho lavorato in tanti nidi e ho incontrato anche colleghe con metodi educativi che non potevo proprio appoggiare: l'ho detto, l'ho fatto presente alle colleghe, abbiamo cercato di superare con il lavoro di gruppo. E' l'équipe che dovrebbe garantire un servizio di qualità al nido.

Ma essere tutte sulla stessa lunghezza non è immediato e non è nemmeno scontato. Si scontrano formazioni ed esperienze diverse, temperamenti, che in realtà sono il valore aggiunto di un gruppo multidisciplinare e multidimensionale. Fortunatamente adesso lavoro con colleghe che mi arricchiscono (e spero di fare altrettanto)!

Il team è anche il portatore del progetto educativo, il manifesto di un modo di vedere l'infanzia che deve essere trasmesso alle famiglie e al territorio, che del nido leggono quelle brutte storie di cronaca e in alcune città non sono così sensibilizzati sul funzionamento degli asili d'infanzia.

Creare rapporti di fiducia diventa difficile in certe situazioni, ma ancora una volta è la professionalità che ci salva. A volte pecchiamo di essere onnipotenti, un po'come succede ai dottori. Io posso aiutare quella famiglia in difficoltà, io posso riuscire a far breccia nel cuore di quella mamma tanto chiusa, io posso...


A volte non si può e non perchè si è svolto male il nostro lavoro, a volte non si può perchè le relazione si creano in due e non dipendono solo da noi. Per quanto impegno e per quanta disponibilità ci possiamo mettere a volte rimangono dei rapporti sospesi.


Ecco la mia debolezza: un po'mi tormento e ci rimango male. Faccio un esame di coscienza. Mi dico che avrei potuto essere più sorridente, mi dico che probabilmente ho usato mezzi comunicativi superficiali, mi dico che avrei potuto...

Alla fine mi accorgo che l'avrei potuto arricchisce la mia professionalità di in un futuro farò. Anche le educatrici possono fare errori, come ogni altro lavoratore, come ogni altro essere umano. Ho generalizzato per sentirmi meno sola, in questo delirio causato dalla mia mania di perfezionismo. Magari mi sbaglio...ma intanto scrivendo le mie debolezze, mi sento già meglio! :)

martedì 3 giugno 2014

La finalità ludica esiste?

In tutte le programmazioni che mi è capitato di compilare in questi anni all'asilo nido, una voce diceva "finalità". Gli obiettivi sono sempre tanti e prima di tutto, non dobbiamo mai dimenticare le macroaree dell'autonomia e della socializzazione, che sono i fondamentali di ogni agire educativo.

Ma il gioco dove lo mettiamo? Il divertimento, il loisir, il ludico?

Avete mai provato ad aggiungerlo alla lista?

Vi verrà risposto che è scontato, banale, non così importante. Ecco, io proprio non lo credo e vorrei che in tutti i nidi, o ancora meglio, in tutte le scuole ci fosse un bel cartello "QUI CI SI DIVERTE!". Perchè non è vero che le cose serie devono essere poste su un piano privilegiato, non è vero che pensare al divertimento dei bambini è così automatico, non è vero che senza il piacere si apprende lo stesso.

Si fagocita, si impara a memoria, ma non si fa nostra un'esperienza proposta. Niente vieta di cambiare l'attività, di "aggiustare il tiro" se ci accorgiamo che ai bimbi quella cosa non piace: dipende dagli interessi, dalle fasi dell'anno, dalle modalità di presentazione dell'attività. Non è uno scacco professionale: non ci dobbiamo ostinare a presentare i travasi tutti i giorni se quei bambini non hanno voglia di farli.

Magari li farebbero più volentieri in giardino, magari non li farebbero proprio, magari sarebbero più curiosi di sperimentare materiali diversi: è davvero necessario per il loro futuro che stiano seduti con il broncio a passare ceci secchi da un recipiente all'altro?

Allora, con questo non voglio dire che tutto il resto sia da tralasciare e che lo spontaneismo sia la miglior strategia, però vorrei porre l'attenzione sul sorriso dei bambini: non lo consideriamo un accessorio!

Il piacere deve essere una finalità per qualsiasi programmazione educativa, perchè senza il "volentieri" non si creerebbe quel clima favorevole alla comparsa di sicurezza e di autonomia nel bambino, alla socializzazione spontanea, alla voglia di scoprire il mondo. La gioia è il dovere più grande.

lunedì 11 novembre 2013

Benvenuta Chiara, un'educatrice tra esperienza e riflessione!

Eccomi, mi chiamo Chiara, ho 27 anni e abito in provincia di Milano. Mi sono laureata in scienze dell’educazione nel febbraio 2012 ma ho iniziato a lavorare nel campo dell’infanzia nel 2009. Il percorso non è stato semplice, dapprima ho fatto il tirocinio curriculare presso il reparto di Pediatria dell’Ospedale di Magenta (Mi) e poi tra vari co.co pro, contratti a progetto e stage, sei mesi fa sono stata assunta nel nido dove lavoro attualmente. Fare questo lavoro richiede una buona dose di passione mescolata alla pazienza e alla competenza. Non ci si improvvisa educatori, perché i bambini da 0 a 3 anni hanno esigenze e bisogni specifici. 


Nel nido presso il quale lavoro abbiamo una routine abbastanza rigida in quanto abbiamo 6 gruppi di bambini: 2 gruppi di lattanti, 2 gruppi di semi-divezzi e 2 gruppi di divezzi. Io ho un gruppo di divezzi, in modo particolare i bimbi 24-36 mesi. Il lavoro di questi primi mesi è improntato in modo particolare alla conoscenza tra me e i bimbi ma anche tra me e le famiglie. Troppo spesso si pensa che il lavoro è un semplice “accudimento” del bambino quando invece c’è anche un fondamentale lavoro con le famiglie che richiede impegno, empatia e tanta collaborazione. Il lavoro al nido è fatto di sorrisi e di pianti, di coccole, di abbracci, di autonomia che giorno per giorno cresce, di bimbi che iniziano a camminare e di altri che tolgono il pannolino, è fatto di prime parole, di canzoncine, di fatica ma anche di tanta soddisfazione.

Chiara è la seconda collaboratrice di Educhiamo! Come avete letto, nella sua presentazione è un'educatrice con esperienza pluriennale e ha un metodo di lavoro che punta molto sulla riflessione sulle pratiche educative. Dallo scambio di informazioni che ho avuto con lei, mi è parsa subito chiara la sua voglia di condividere il proprio vissuto di educatrice: sarà un piacere leggere le sue osservazione e i suoi racconti sulla sua quotidianità milanese. 

mercoledì 6 novembre 2013

Benvenuta Lucia, edublogger entusiasta del suo lavoro!

Conoscevo Lucia perchè da tempo seguo il suo blog sull'approccio pikleriano e mi è sempre sembrata una "che sa il fatto suo", con tante competenze e tanta voglia di fare. Mi è sempre parsa una che crede nel nostro lavoro. Ecco perchè sono stata molto contenta di leggere la sua mail, in cui mi comunicava la sua disponibilità a collaborare con Educhiamo! Prima di passare ai post più "seri", lascio la parola a lei, che vi racconterà le sue esperienze e i suoi metodi professionali: già dalla sua bio, si possono trarre tanti spunti di riflessione interessanti. 



Ciao a tutti!! Sono Lucia, educatrice d'infanzia, laureata nel corso di laurea specialistico in Progettazione e coordinamento dei servizi educativi e formativi presso l'Università degli studi di Urbino. Ho 31 anni e vivo a Pesaro.Ho iniziato la mia carriera lavorativa attraverso diversi stage formativi in alcuni nidi d'infanzia della zona e attraverso lavori estivi quali animatrice educativa presso i centri estivi della zona

Attualmente, lavoro da sette anni presso un nido d'infanzia che ospita bambini da 3 mesi a 3 anni, sito in Gradara. Il nido è una struttura che accoglie 31 bambini tra i quali 5 piccoli (3 mesi-12 mesi), mentre gli altri bambini medi-grandi sono suddivisi in due sezioni da tredici bambini, ciascuna con due educatrici (rapporto educatrice/bambino 1/7). E' un nido che lavora attraverso l'importanza della figura di riferimento durante il momento dell'ambientamento, per poi allargare il riferimento alle educatrici di sezione e al gruppo di lavoro, nel corso dell'anno educativo (sia per i bambini sia per le famiglie). Attraverso il percorso formativo svolto nell'arco di questi anni, in linea a ciò che è la mia storia emotiva personale e la mia personalità, ho scelto di avvicinarmi ad un approccio pedagogico basato sulla pedagogia attiva, in particolare alle riflessioni pedagogiche di Emmi Pikler, Elinor Goldshmied, Penny Ritscher e Bernard Aucouturier. Un limite che sento di avere e che, in futuro, vorrei allargare ulteriormente, è la non capacità di "vedere" tutta la storia che i bambini raccontano con il proprio corpo, con il movimento, con le azioni. E questo (me lo prefiggo come obiettivo futuro!) può essere ampliato attraverso la partecipazione ad un corso annuale sulla pratica psicomotoria educativa.


In generale, il lavoro con la prima infanzia richiede prima di tutto un lavoro su di sè, sulla propria storia personale, sulle proprie angosce e paure, perchè tanto spesso noi adulti agiamo sugli altri ciò che abbiamo irrisolto dentro di noi. E ciò non può avvenire se si tratta di bambini che stanno costruendo le basi della PROPRIA vita e del PROPRIO sè. La crescita non è a senso unico: nell'incontro con i bambini anche gli adulti possono crescere e ritrovare la parte più pura della personalitá. Solo la relazione con i bambini può aiutare l'adulto ha ritrovare il proprio sè e far cadere le maschere deformanti la realtá.


...Dietro una corda c'è la storia di sè...


La sezione nella quale lavoro...arredamento in legno, colori possibilmente tenui, cesti naturali, gioco euristico, limitazione dei giochi strutturati in plastica...


Gioco euristico proposto in bauletto



Cestino dei tesori in miniatura


Dove trovate Lucia on line:



giovedì 9 maggio 2013

Perplessità sui modus educandi

Sono ora di ritorno da un colloquio con una Professoressa di Lettere di una scuola secondaria e in attesa che arrivasse, mi sono seduta insieme alle mamme, anche loro in fila per il ricevimento.

Ho sentito più insulti rivolti agli insegnanti piuttosto che a uno stadio in una curva ultras. La colpa degli insuccessi dei propri ragazzi è riscontrabile nella scarsa capacità didattica dei professori, che non sanno proprio trasmettere l'amore per le proprie materie. "Sarà pure un pozzo di scienza, ma che mi importa se è una stronza?!" 

Con questo non voglio entrare nello specifico: penso che la causa di un fallimento scolastico sia dovuta a una concomitanza di cause attribuibili non soltanto a un soggetto in causa. Mi chiedo però se questi atteggiamenti siano proficui nei confronti degli studenti: se i tuoi genitori ritengono che chi ti dà i compiti sia un perfetto idiota, perchè dovrei farli? 

Nella professoressa con cui ho parlato, ho trovato una persona competente della sua materia e ben disposta nei confronti dei suoi alunni, aperta al dialogo, ma davvero stanca. Non deve essere tanto semplice portarsi dietro il carico di ingiurie.

Mi è stato insegnato a rispettare gli insegnanti, anche se avrei voluto mandarli a quel paese. Mi è stato insegnato a esprimere la mia opinione e a dimostrare che avevo ragione in maniera educata e ben pensata., perchè infondo anche i professori sono persone e possono sbagliare. Mi è stato insegnato che si cresce rapportandosi agli altri e che la scuola non finisce nelle mura dell'istituto che si frequenta: le cose più importanti, come l'educazione, le si apprendono fuori.

Quindi è vero che non importa essere dei pozzi di scienza, se poi si è dei cafoni. 

venerdì 22 marzo 2013

Giochiamo a fare un giardino con Marta

Ho incontrato casualmente Marta Vitale Brovarone su Facebook. Mi ha chiesto il permesso di poter pubblicare sul gruppo che gestisco, Educhiamo!, i link a delle iniziative da lei gestite a Torino, Avventure in giardino...in biblioteca e Boscofamily. Mi sono subito incuriosita perchè le sue attività mi sembravano ben strutturate e creativamente uniche. Le ho chiesto di raccontarsi ed ecco qua quello che mi ha risposto.

Dunque, sono una disegnatrice di giardini. Mi sono laureata in Agraria e poi in Architettura del paesaggio. Creo giardini attraverso soprattutto la progettazione partecipata con le scuole. Sempre nelle scuole, lavoro con progetti di educazione ambientale sulla natura a 360 gradi dal giardino, all'orto, agli animali.

Ho scritto e conduco alcuni progetti "particolari", come Aiuolando, che lavora creando una sinergia scuola- comune- famiglie e mantiene giardini pubblici e scolastici. E poi ci sono i Sabati del Naturalista, laboratori di osservazione e scoperta scientifica e divertente della natura in città. Amo tantissimo scrivere: collaboro con la rivista Giovani Genitori per la quale tengo una rubrica verde e scrivo di eventi, iniziative, per le famiglie legate all'ambiente!
Giardino della Pasta, Torino

Giardino Rodari, Torino

Amo molto il mio territorio: ad aprile inizieranno le iniziative Boscofamily, pomeriggi di giochi e attività  per tutta la famiglia a contatto con la natura, e Avventure in giardino...in biblioteca, di cui allego la locandina. 



Marta ha scritto anche un libro laboratorio Avventure e scoperte in giardino, rivolto ai bambini dai 3 anni in su per scoprire il mondo degli animali e delle piante.

Ed infine è mamma di due bimbe, Letizia di 5 anni e Beatrice di... quasi 3.

Una donna poliedrica che mettendo insieme l'amore per la natura, l'attenzione verso i bambini e l'attaccamento per il proprio territorio con una grande professionalità, crea progetti ed iniziative volte a strutturare una coscienza politica e ambientale in ogni piccolo cittadino.


Qui i suoi recapiti:
Marta Vitale Brovarone
e-mail: marta.vitale@tiscali.it
Facebook: http://www.facebook.com/marta.v.brovarone
Twitter: https://twitter.com/lamartaditorino

Il testo non in corsivo e le immagini sono di M. Vitale Brovarone

lunedì 18 marzo 2013

La scuola del fare

Giovedì scorso ho partecipato al seminario La scuola del fare, organizzato dal Movimento di Cooperazione Educativa, Gruppo Territoriale Fiorentino, presso la BiblioteCaNova di Firenze.
Il fare insieme come promozione della riflessione e dell'apprendimento
Si legge sul volantino che pubblicizza l'iniziativa e credendo molto in questo assetto fondamentale dell'azione educativa, ho assistito alla discussione sul tema di cooperazione pedagogica facendo tesoro degli interventi ascoltati e rielaborando le idee su cui ho poi riflettuto.

Marisa Giunti, segretaria del gruppo fiorentino, ci ha accolto aiutandoci a costruire dei cappelli di carta di giornale, la cui forma e la cui decorazione era affidata alla fantasia di chi lo avrebbe portato: ogni cappello era diverso dall'altro, ma a suo modo affascinante.

Franco Quercioli ha moderato il dibattito, introducendo in maniera puntuale il lavoro del MCE in Italia, dalla sua nascita alle personalità che lo hanno seguito, come Mario Lodi e Bruno Ciari. Già nel dopoguerra, l'aria di rivoluzionare i metodi didattici conferendo alla scuola una componente meno passiva e di indottrinamento era molto forte. Quando Célestin Freinet, fautore per eccellenza dell'apprendimento cooperativo, visitò Firenze nel 1950 pose le base teoriche per la costruzione del Movimento. 

Cosa è cambiato da allora? Tutto e niente sembrerebbe. Dalle diverse opinioni espresse, il quadro della scuola italiana che viene delineato è sicuramente di un'istituzione in difficoltà, che come allora vorrebbe rifondarsi e venire incontro alle nuove esigenze dei bambini di oggi. Questioni amministrative, politiche e economiche hanno inciso a rendere l'istituto scolastico un ente burocratizzato e depauperato dei valori fondamentali. Spesso non si ha il tempo per PARLARE con i colleghi, nonostante le numerose assemblee. Spesso non si ha il tempo per PARLARE con i bambini, rendendo inadeguato ogni intervento educativo. Assai più rare sono le occasioni in cui ci si confronta con le famiglie, con le quali si dovrebbe costruire una continuità e uno scambio, mirati a favorire un andamento sereno della crescita sia dei più piccoli che dei più grandi. Ancora una volta sembrano essere le nozioni a monopolizzare i sistemi formativi.

Lavorando in un nido, non ho esperienze dirette sulla scuola primaria, grado scolastico su cui si sono incentrate numerose riflessioni, ma sento talvolta le stesse impotenze, le stesse esigenze, le stesse sofferenze delle insegnanti che vi lavorano. Costruire un gruppo di lavoro non è mai cosa semplice e scegliere una via educativa (sebbene esistano programmazioni) non è sempre garanzia di qualità.

L'intervento di Ferruccio Cremaschi, responsabile delle Edizioni Junior Spiaggiari, da cui sono pubblicati i Quaderni di Cooperazione Educativa a cura del MCE, ha, a mio parere, colpito nel segno, poichè ha delineato le prospettive future sulle quali ogni buon educatore dovrebbe investire. Proponeva infatti di sfruttare le tecnologie informatiche per creare una vera rete di scambi di esperienze sulle eccellenze, sulle attività proposte nelle proprie aule per creare una sorta di biblioteca a disposizione dei colleghi, su cui riflettere e da cui poter attingere in qualsiasi momento.

PARLARE del proprio modo di fare educazione è necessario per poter riconoscere la propria professionalità nell'altro e con l'altro.

Per info MCE

mercoledì 2 gennaio 2013

Cari amici, vi scrivo...

Cogliendo l'occasione per augurare a tutti voi i miei più calorosi auguri di Buone Feste e di un Felice Anno Nuovo, faccio anche un resoconto del mio anno professionale per poter condividere con voi impressioni e progetti per il prossimo anno.

Aver scelto di cambiare nido è stata una mossa vincente: ho incontrato modi di lavorare diversi e imparare è sempre una bella sfida. Crearmi un bel bagaglio di esperienze è una delle cose a cui tengo di più per riuscire ad avere più strumenti per migliorarmi nel quotidiano.

Sono contenta per i legami che si creano con i bimbi: anche se devo riuscire a gestire ancora al meglio i momenti di stanchezza o "tristezza" o noia che possono prendere il sopravvento durante le ore passate al nido. Mai negare la lettura di un libro a un bambino, mai rispondere con sufficienza alle loro richieste, mai ignorare un lamento. Mai minimizzare e dare per scontato.

Foto di F. Bartolini


La difficoltà degli ultimi anni, cambiando spesso nido o sezione, è stata quella di intessere con i genitori rapporti di fiducia stabili. I momenti per parlare e relazionarsi tra adulti non sono moltissimi e specialmente se non si seguono in maniera diretta gli ambientamenti, non è così scontato ottenere effetti positivi da tutti. Mettersi in posizione di ascolto, accogliendo la diversità senza giudicare, ma valorizzando la complessità che porta con sé è spesso stancante se non si condivide con il gruppo di lavoro.

Insomma, iniziare questo nuovo anno con la speranza di riuscire a aggiustare il mio operato rientra in uno dei buoni propositi del 2013... spero di mantenerlo!

lunedì 19 novembre 2012

Riunioni interattive

Alla parola riunione si associa sempre un'espressione di noia. Fateci caso: "Oggi non posso: ho una riunione! Uff!", "Devo andare alla riunione!", "Faccio tardi! Ho quella riunione". Che si tratti di lavoro o condominio o scuola, l'immaginario comune è quello.

Ho sempre pensato con gioia alle riunioni al nido: sono dei momenti in cui gli adulti si possono davvero incontrare in una dimensione tutta loro e finalmente parlare e confrontarsi con la giusta calma. Penso agli scambi di informazioni giornalieri: troppo spesso frugali, troppe cose da dire.

Allo stesso tempo, credo che un'assemblea monodimensionale sia di un tedio estremo. Ho assistito a riunioni in cui una o più educatrici parlavano ai genitori (spesso disposti in cerchio) in maniera quasi ininterrotta per circa un'ora: sono morta di sbadigli anche io!

E' dunque doveroso, oltre a individuare una scaletta con gli argomenti da trattare in maniera sintetica e esaustiva, creare dei momenti di scambio reciproco. Il passaggio di parola è un buon modo per dare l'idea di un équipe unita dove ognuno ha una sua dimensione, ma gli argomenti da trattare devono essere ben condivisi, senza improvvisare troppo.

Prendere un té con i genitori aiuta a rompere il ghiaccio: ci si pone tutti su un piano più informale, abbattendo barriere difensive. Giochi o attività possono essere altrettanto utili, ma consiglio di progettare in base al gruppo che si ha di fronte: è fondamentale calibrare l'offerta sui genitori a cui ci si rivolge altrimenti si perde l'attenzione degli stessi oppure si creano inutili imbarazzi.

Infine un ottimo escamotage può essere quello delle foto o di brevi filmati di vita al nido, da proiettare al muro o semplicemente da far scorrere sullo schermo di un computer. Sostengono i discorsi e un'immagine vale più di mille parole.

venerdì 7 settembre 2012

E la prima settimana è andata...

E la prima settimana è andata...

Nido nuovo, bimbi nuovi, colleghe nuove.

Gli spazi son curati e ben organizzati, il lavoro ben scandito dalle routine, il gruppo di lavoro affiatato: insomma, c'è un bel clima!

I bambini.... beh, che dire?! Loro sono meravigliosi e non è affatto una novità!

Con la voglia di dare del meglio, rimangono un po'di incertezze per quello che verrà, ma il primo bilancio è sicuramente più che positivo.

A voi com'è andata?

venerdì 24 agosto 2012

La pedagogia della Lumaca: grazie Gianfranco Zavalloni!

La scuola è il luogo in cui si apprende insieme, non “da soli”. È importante “perdere tempo” perché una classe indistinta diventi un “gruppocomunità”. Ci vogliono mesi per formare il gruppo, discutendo e raccordandosi sulle finalità, sulla necessità di regole condivise, sulle metodologie e le tecniche da utilizzare insieme. 
G.Z.

In questi giorni la notizia della morte di Gianfranco Zavalloni mi ha colpito come mi colpì leggere il suo libro. Non l'ho mai conosciuto, ma era un uomo di personalità che metteva cuore nelle cose che faceva. Era uno che ci credeva veramente.

"La pedagogia della lumaca" è stato per me un'occasione di ripensamento sul mio agire educativo, sul mio modo di relazionarmi ai bimbi: quante volte siamo rapiti dalla fretta e dalla voglia di terminare un lavoro?



Ma non parlava solo di tempi, Zavalloni, a mio avviso, è un rivoluzionario della qualità educativa, controtendenza con i trend del momento: riscoprire l'importanza del camminare, di scrivere una cartolina, di stare a contatto con la natura.

Non sono qui per celebrarlo, ma per ricordarlo e per far sì che i suoi insegnamenti divengano oggetto di riflessione per ognuno di noi.

Ecco il link al suo sito, dove potrete anche leggere il decalogo dei diritti dei bambini e il decalogo per una buona scuola..

... e il video che Gianfranco pubblicò sul gruppo Educhiamo! il 21 ottobre 2011 

lunedì 28 maggio 2012

Continuità ma verso gli stessi obiettivi


L’esperienza di continuità realizzata quest’anno e non ancora terminata mi ha lasciata delusa per diversi motivi. Primo fra tutti la mancata attenzione nei confronti degli sforzi dei bimbi del nido: pretendere da loro di concentrarsi e prestare attenzione per più di mezz’ora è a mio parere una forzatura bella e buona. Altrettanto forzata è l’imposizione di dipingere in un certo modo, con certi strumenti e con determinate tecniche.

Capisco che alla scuola dell’infanzia si pretendano diverse competenze, ma considero la libera espressione come una forma di creatività che canalizza le energie del bambino e se il risultato non è esteticamente bello, lo è averlo visto intingere la tempera tra le mani.

Mi chiedo se queste esperienze abbiano veramente un senso per i bambini. Per me non ce l’hanno avuto e mi dispiace perchè credo nelle esperienze di continuità e condivisione, sia per i più piccoli che per i più grandi.

lunedì 30 aprile 2012

Colloqui al nido

Tanto è stato scritto e detto sulle modalità di fare colloqui con i genitori ma la differenza tra la teoria e la realtà è spesso abissale.

Innanzitutto mi riferisco agli ambienti. Ho lavorato in diversi nidi e non ho mai avuto la fortuna di trovare spazi predisposti per colloqui con adulti ariosi e confortevoli come venivano descritti nei libri di pedagogia. Eppure sentirsi a proprio agio è fondamentale per creare una vera comunicazione! L’”arte di arrangiarsi” mi ha insegnato ad individuare un locale appartato, dove difficilmente si può essere disturbati: questo è il requisito fondamentale. Pulizia e ordine rendono carina anche una stanza funzionale e predisporre comode sedie per parlare guardandosi in faccia è consigliabile: tavoli o altri ostacoli visivi o corporei “allontanano” la relazione con l’altro.

L’altra cosa fondamentale è la diade educativa: un educatore deve condurre il colloquio, l’altro deve essere un osservatore partecipante, soprattutto a livello emotivo. Contenere ansie, emozioni e paure di un genitore è spesso doloroso per un singolo, ma condividere questo carico con un collega alleggerisce e cementa il gruppo di lavoro. In questo modo ci si può confrontare sulle informazioni ricevute e allo stesso tempo si dà un messaggio positivo alle famiglie: noi, il nido, lavoriamo per voi, il bambino e i suoi genitori.

In alcune strutture non è possibile garantire due educatori, per problemi organizzativi e gestionali. In questo caso, è di solito chi ha seguito l'ambientamento (o chi lo deve seguire) a condurre il colloquio. Qui diventa necessario un buon controllo della situazione e un distacco empatico che permetta di elaborare in situazione.

L’ultima cosa da curare è la modalità di conduzione del colloquio. Anche in questo caso trovo essenziale valutare la singola situazione: per comunicare o ricevere informazione dobbiamo mettere in atto strategie relazionali precise e non lasciare tutto al intuito del momento. Le tecniche del colloquio non direttivo rogersiane sono essenziali e altrettanto utile può essere la Programmazione Neuro Linguistica.

Prima dell'ambientamento, la situazione è quella della conoscenza: il nido si presenta alla famiglia e viceversa. In entrambe in casi è necessario raccogliere informazioni pratiche ed è il momento di porre le basi per un legame di fiducia. L'educatore ha il dovere di prendersi cura del carico emotivo delle mamme e dei papà. Durante l'anno educativo, i colloqui acquisiranno un tono diverso, più disteso per certi aspetti, ma di sicuro si toccheranno tasti più profondi, che permetteranno all'educatore di avere un quadro più completo del bimbo e alle famiglie di conoscere altri aspetti del proprio figlio. Sono questi i momenti di collaborazione per la progettazione di una continuità nido-casa.

Da qualche parte ho letto che “ascoltare affatica le orecchie” e mai considerazione fu più vera! Porsi in situazione di ascolto, in maniera aperta e accogliente, liberandosi da pregiudizi e opinioni personali, è un atto di estremo impegno: è proprio questo sforzo che sta alla base di ogni relazione sociale adeguata.

Se avete voglia di dare un'occhiata, questa presentazione in Power Point che ho trovato in rete potrebbe essere utile per curare meglio alcuni passaggi.

giovedì 12 aprile 2012

A cosa serve la pedagogia?

Facendo la fila alla segreteria studenti della Facoltà di Scienze della Formazione, ho occupato il mio tempo origliando discorsi delle vicine (lo so, è un difetto odioso).

Si parlava dei metodi poco ortodossi e personalistici di alcuni professori e fin qui non ci ho trovato niente di strano, in quanto alcune perplessità erano anche fondate. Il discorso è poi proseguito sull'inutilità della pedagogia, in quanto totalmente inapplicabile alla realtà e considerata un "discorso sul niente".

Ritengo queste considerazioni alquanto gravi per 2 motivazioni:

1. Innanzitutto la pedagogia DEVE essere calata nella realtà. Quei discorsi sterili letti e ripetuti nei manuali diventeranno un bagaglio sul quale fondare l'agire educativo quotidiano.

2. Mi meraviglio del fatto che nessun professore abbia saputo trasmettere l'amore per una disciplina così importante per il nostro lavoro.

Forse sbaglio, ma son discorsi che mi hanno lasciato amareggiata. Non si può fondare una professionalità sul caso e le università non dovrebbero esistere solo per rilasciare abilitazioni. Si dovrebbe formare.

Ma anche questo rientra nella pedagogia....




mercoledì 11 aprile 2012

Dina e il desiderio di diventare educatrice


"Prima a volte temevo i bambini, le loro reazioni, i loro rifiuti, le difficoltà nelle routines… adesso tutto questo è superato."

Salve mi chiamo Dina ed ho 32 anni. Ho appena trovato per caso questo blog e non avete idea di quanto sia stato per me utile leggere le parole di Cristina Costa.

In questo periodo, dopo essermi laureata lo scorso marzo come educatrice della prima infanzia (non perchè sono stata un decennio all'università ma perchè con coraggio ho deciso di rimettermi in gioco a 27 anni riprendendo gli studi) e avendo avuto difficoltà nel trovare lavoro (praticamente non se ne trova) ho deciso comunque di fare esperienza presso un asilo nido svolgendo tirocinio volontario.

Non appena ho messo piede a scuola mi sono immediatamente resa conto di quanto l'università ti lanci nel vuoto senza darti gli strumenti pratici per poter svolgere questo lavoro..solo teoria che ha la sua importanza ma che non trova riscontro se non solo attraverso la pratica.

Leggendo le parole di Cristina mi riconosco perfettamente nelle paure e nelle difficoltà che racconta, risalenti agli inizi della sua esperienza con i bambini. Oggi posso dire che ci sto mettendo la mia determinazione e buona volontà oltre al desiderio di voler lavorare con e per i bambini.

Le difficoltà sono tante e a volte mi chiedo se io sia in grado di fare questo delicatissimo lavoro...ma poi guardo quei sorrisi dei bambini quando mi chiamano, quando mi corrono incontro la mattina nel salutarmi, quando mi chiedono aiuto o di giocare con loro..e allora "forse sto dando qualcosa di bello a loro...ricompensandoli del tanto che mi stanno regalando".

Spero un giorno di poter realizzare questo mio sogno e di poter scrivere una lettera come quella di Cristina ripercorrendo il mio percorso e ripensando con un dolce sorriso a questi giorni che sto vivendo.

Buon lavoro a tutte le mie "colleghe"...amiamoli sempre questi bambini, gioia del presente e speranza del futuro 

Dina

Ho trovato le parole di Dina nella mia casella mail qualche tempo fa. Le ho pubblicate perchè sono le parole di tanti educatori che vorrebbero fare di più e hanno una determinazione invidiabile, ma il lavoro scarseggia e non è facile trovare un inquadramento adeguato.

Ringrazio Dina per la sua sincerità e le auguro davvero il meglio!

martedì 10 aprile 2012

Un'utopia chiamata nido


Quasi quotidianamente leggo notizie sulla privatizzazione di nidi in Italia. La nuova situazione del Paese non aiuta di certo i Comuni, che dispongono di fondi esigui per gestire una gran quantità di servizi per i cittadini. Il nido è uno dei più facilmente cedibili a privati: di solito sono le cooperative che si occupano del personale e dell’andamento dell’asilo, mentre il Comune cede la struttura e quanto ci sta dentro. E’un passaggio quasi indolore: le famiglie non dovrebbero nemmeno percepire il cambiamento di consegne, ma a mio parere dietro c’è di più.

C’è una mancanza di presa di posizione per la tutela non di un servizio qualunque ma di un’istituzione educativa, c’è il pensiero al lavoro delle mamme, all’esigenza di affidare i bambini a persone fidate, c’è l’urgenza di sistemare. L’educazione viene dopo.

Si perde il valore del servizio, la bellezza e l’importanza di investire sul futuro e questo mi fa star male perché credo in questa istituzione. Non mi piace chiamarlo semplicemente servizio, perché ritengo che un ente che si occupi di rendere autonomi e sereni bambini in una fascia di età così bassa non eroghi soltanto un servizio.

Sarebbe bello che le politiche comunali divenissero statali, che non esistessero diversità da zona a zona, da asilo a asilo, che ci fosse una rete reale in cui educatori di tutta Italia potessero comunicare e condividere esperienze realmente realizzabili.

Sarò un po’utopica, ma continuo a crederci.

martedì 27 marzo 2012

Il nido di Irene

Il mio sogno era quello di fare la traduttrice simultanea: ho studiato lingue al liceo e poi ho tentato di entrare all'Università di Traduttori e Interpreti a Forlì. Il destino però ha voluto che non superassi il test e a quel punto decisi di iscrivermi a Scienze della Formazione a Firenze...

Ho iniziato a studiare e nel frattempo lavoravo in un supermercato per non gravare troppo sulla mia famiglia. In breve tempo ho capito che il campo del sociale mi piaceva e mi è capitata l'occasione di partecipare ad un corso per giovani volontari nel mio Comune, ho svolto il tirocinio a contatto con bambini e ragazzini in difficoltà e mi sono sentita realizzata: stavo trovando la mia strada! 

A quel punto ho cercato lavoro in qualche cooperativa sociale e ho avuto l'opportunità per qualche anno di lavorare come educatrice nelle scuole e nel servizio domiciliare. Mi sono laureata nel 2005 però il mio titolo, Scienze dell'educazione, non mi dava l'abilitazione per fare quello che avrei voluto, cioè l'insegnante di sostegno...Così mi sono di nuovo iscritta a Scienze della formazione primaria per la scuola primaria e ho fatto il percorso per il sostegno. 

Quattro anni fa tramite una amica sono venuta a sapere che Matelda e Claudia stavano cercando una socia laureata, per costituire una società e aprire un nido privato nel nostro comune, Campi Bisenzio. Ci siamo incontrate, ci siamo piaciute e non ho esitato a dire di sì! Così è iniziata questa nuova avventura, con tanto impegno, fatica, ma ricca di soddisfazioni! In questi anni ne abbiamo passate tante, ci siamo fatte "le ossa" e abbiamo imparato a guardare sempre avanti. Nonostante le difficoltà nel mandare avanti un' attività in un periodo così critico cerchiamo di crescere e di fare cose nuove...chissà... Per il momento la mia tesi è lì che aspetta di essere finita di scrivere, ma conto di farlo presto! Ora la cosa più bella sono loro, i nostri furfanti, le loro risate sonore, i baci bagnati, le corse sfrenate e poi...che emozione guardarli dormire!!!

(scritto da Irene Azzarri)

Il racconto di Irene mi ha colpito molto perché anche io inizialmente avevo intrapreso la strada delle lingue straniere, poi, come accade a tanti, riuscire a comprendere quale sia la via più giusta da imboccare è difficile e prevede ripensamenti, fatica e determinazione. Irene però è riuscita davvero a coronare un bel sogno e le auguro un “in bocca al lupo” speciale per la sua tesi.

Allego il sito Internet dei Piccoli Furfanti e la loro pagina Facebook



Entrambe le pagine sono ben fatte e ricche di informazioni.
Complimenti anche a Matelda e Claudia per il loro lavoro!

Come al solito se volete scrivere per dare il vostro contributo vi propongo la mia mail
valeps@hotmail.it